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Cibo: produrre e consumare in modo diverso

Produrre e consumare in modo diverso per contenere l’aumento di temperatura perchè anche i sistemi alimentari sono responsabili delle emissioni di gas serra. Che sono quelle fasi ed attività che riguardano la produzione, la lavorazione, la distribuzione, la preparazione e il consumo di cibo. E contribuiscono fino al 37% di tutte le emissioni.

WWF, Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), EAT e Climate Focus, hanno pubblicato – il 1° settembre –  il nuovo report Enhancing Nationally Determined Contributions (NDCs) for Food Systems. Un report nel quale sono stati individuate 16 strategie attraverso le quali i governi potrebbero agire di più con un approccio “dal campo alla tavola”.

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Cibo: produrre e consumare in modo diverso per contenere la temperatura – License: Free for personal & commercial use

L’analisi della situazione

Proseguendo con una modalità  business-as- usual – avvertono gli autori del report – non sarebbe possibile rientrare nella quantità di carbonio che possiamo emettere per rimanere entro gli 1,5°C”.

Senza una trasformazione radicale su come produciamo e consumiamo il cibo, non potremo raggiungere i nostri obiettivi climatici o di conservazione della biodiversità, che sono la base per ottenere sicurezza alimentare, prevenire l’insorgere di malattie e, in ultima analisi, raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile – ha dichiarato Marco Lambertini, Direttore Generale WWF-International. –Ecco perché esortiamo i Governi a includere una strategia per avere sistemi alimentari rispettosi e positivi per il clima e per la natura nei nuovi e più ambiziosi NDC (contributi determinati a livello nazionale) presentati quest’anno”.

Inger Andersen, direttore esecutivo dell’UNEP spiega: “Questa crisi ci offre la possibilità di ripensare radicalmente il modo in cui produciamo e consumiamo cibo. Ad esempio, modificare i propri consumi dimezzando gli sprechi alimentari e adottando regimi alimentari più ricchi di vegetali sono potenti strumenti di mitigazione degli impatti sul clima che possono essere intrapresi. Sta a noi cogliere questa opportunità e mettere la sostenibilità dei sistemi alimentari al centro di una ripresa green”.

Le 16 azioni individuate nel rapporto comprendono – si trova scritto nel comunicato di presentazione –  la riduzione del cambiamento di destinazione d’uso del territorio e la conversione degli habitat naturali, che potrebbero ridurre le emissioni di 4,6 Gt di CO2e all’anno. Analogamente, la riduzione della perdita di cibo e dei rifiuti, che rappresenta l’8 per cento di tutte le emissioni di gas serra, potrebbe ridurre le emissioni di 4,5 Gt CO2e all’anno. Eppure solo 11 paesi attualmente menzionano la perdita di cibo nei loro piani e nessuno considera lo spreco di cibo. Migliorando i metodi di produzione e riducendo le emissioni di metano dal bestiame, si potrebbero ridurre le emissioni fino a 1,44 Gt di CO2e all’anno, ma riduzioni molto maggiori potrebbero essere ottenute passando a diete più sane e sostenibili con una percentuale più alta di alimenti a base vegetale rispetto a quelli a base animale, si potrebbero evitare emissioni fino a 8 Gt di CO2e all’anno. Nessun piano nazionale per il clima attualmente in vigore discute esplicitamente diete più sostenibili.

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Cibo: produzione e consumo in Italia

Una ricerca dell’Istituto Green Bocconi condotta per Metro Italia e pubblicata nel gennaio di quest’anno ha dato questi risultati, tra gli altri:  nel nostro Paese si producono 5,6 milioni le tonnellate di cibo in eccedenza, dalla produzione al consumo finale. Il 57% di queste eccedenze è generato dalla prima parte della filiera: produttori, distributori e operatori della ristorazione; il 43% dai consumatori finali.

«Secondo i risultati emersi dalla ricerca, che ha visto coinvolti e messo a confronto ristoratori e clienti in tutta Italia, si stima che nei ristoranti italiani si gettino tra i 3 e i 5 sacchi a settimana di rifiuti organici – ha spiegato Fabio Iraldo, docente all’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e direttore scientifico Istituto Green Università Bocconiuno spreco percepito dai ristoratori – nell’84% dei casi – come un costo e/o una perdita, e che secondo l’89% dei consumatori finali incide negativamente sul conto presentato a fine pasto».

Eppure nel 2016 è stata varata la legge 166 cosiddetta “antisprechi”: promuovere allo stesso tempo la redistribuzione delle eccedenze alimentari e farmaceutiche per fini di solidarietà sociale destinandoli a chi ne ha più bisogno per limitare proprio lo spreco. Dal 2018 è stato ampliato il numero di beni che possono essere oggetto di donazione e di conseguenti agevolazioni fiscali per chi dona: articoli di medicazione, prodotti per la cura e l’igiene della persona e della casa e quelli di cartoleria e cancelleria.

Lo spreco alimentare in Italia vale complessivamente, ogni anno, più di 15 miliardi, lo 0,88% del Pil, diviso tra quello quello domestico (12 miliardi) e quello di filiera (tra produzione e distribuzione), stimato in oltre 3 miliardi.

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