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Inghilterra: istituzioni nel caos

La chiusura del parlamento era dunque illegale. Una vicenda che smaschera la fragilità delle istituzioni inglesi e il populismo sovranista di Boris Johnson. In sottofondo, la doppiezza di Jeremy Corbyn, un brexiter con problemi di outing. Ecco cosa è accaduto.

Illegale la chiusura del parlamento

La corte suprema ha stabilito che la chiusura del Parlamento per cinque settimane è stata un atto illegale. Voluta dal premier Boris Johnson e autorizzata dalla Regina, l’inedita decisione è giunta al culmine della crisi politica e istituzionale innescata dal terremoto Brexit. La sentenza è stata unanime. Tutti gli 11 giudici del più alto tribunale del Regno Unito si sono pronunciati in tal senso. La delicata decisione è stata presa dopo che nella scorsa settimana si è svolta un’audizione di emergenza durata ben tre giorni, durante la quale sono emerse discordanze giuridiche fondamentali sull’interpretazione della costituzione “non scritta” del paese.

Le motivazioni della sentenza

La prima questione legale che i giudici hanno dovuto risolvere era se la decisione di Boris Johnson fosse legittima, e quindi normalmente soggetta al giudizio del tribunale. Su questo punto l’Alta Corte inglese ha rifiutato di intervenire, mentre la Corte di Appello scozzese ha concluso che i giudici avevano l’autorità legale per agire. La Corte Suprema, che ha l’ultima parola, ha sposato la tesi della Corte d’Appello Scozzese.

Sulle motivazioni che hanno portato alla sentenza, ecco qualche eloquente passo della dichiarazione della Corte Suprema: “Nessuna giustificazione per agire con un effetto così estremo è stata presentata al tribunale. L’unica prova del perché è stata presa è il memorandum di Nikki da Costa del 15 agosto. Questo spiega perché sarebbe auspicabile che la Regina tenesse un discorso per l’apertura della nuova sessione del parlamento del prossimo 14 ottobre”.

La Brexit manda in tilt il sistema inglese, smascherandone la fragilità

Le istituzioni inglesi, che dal sud dell’Europa siamo abituati a guardare con eccessiva riverenza, non hanno retto il colpo. A riprova che è la civiltà latina la patria del diritto, da almeno due millenni. La costituzione non scritta del Regno Unito è rimasta impantanata nel caos suicida della Brexit. La conseguenza? L’improvvisazione scavalca la prassi.

Molti fanno notare come tutto in questa vicenda sia avvenuto al di fuori delle normali procedure. La sentenza è stata letta da Lady Hale (foto sopra), Presidente della Corte Suprema che ha affermato come “la questione sorga in circostanze che non sono mai sorte prima e che è improbabile che si ripresentino in futuro”. Nessuna delle parti, però, ha ricevuto copie anticipate della sentenza a causa della sua sensibilità. Ma non solo. Durante la lettura erano presenti in tribunale solo sette degli 11 giudici chiamati a trattare il caso. Quest’ultimo aspetto però sembra essere una mossa per riportare il tutto alla prassi. Normalmente, i giudici della Corte Suprema sono infatti 7. Il numero era stato aumentato a 11 proprio per fronteggiare la particolare eccezionalità del momento.

Schiaffo al populista Boris Johnson

Boris Johnson

Dominic Cummings, capo dello staff di Boris Johnson, ha subito sfoderato la spada del populismo, affermando che questo tipo di decisioni spianano la strada alla propaganda del premier che si baserebbe sulla presunta contrapposizione tra popolo e establishment pro Brexit. Come dire: il popolo è per il Leave, i poteri forti per il Remain. A parte che non c’è alcun bisogno di strade spianate, perché questa è da sempre la propaganda di Boris Johnson; quello però stupisce è la candida ammissione di giocare con la pancia della gente. Ma con la condanna della chiusura del parlamento l’attacco alla democrazia parlamentare è stato sanzionato. Lo scacco di Johnson sta in questo. Dopo la perdita della maggioranza in parlamento, le istituzioni inglesi, seppur fragili, stanno reagendo contro il morbo populista che le ha afflitte.

Jeremy Corbyn, il brexiter reticente

Jeremy Corbyn leader del Partito Laburista inglese

Sullo sfondo di questa convulsa diatriba istituzionale, campeggia la figura di Jeremy Corbyn, il leader dei laburisti, anche lui consunto dall’affaire Brexit, almeno quanto il suo partito. Leader e maggioranza dei Labour sono stati prima pro Brexit, poi, quando si palesava come la scelta di abbandonare la UE fosse una tragedia per i sudditi di Sua Maestà, ecco che il molto presunto progressista Corbyn, assieme alla maggioranza del Labour Party, diventa ondivago. Sull’ipotesi di un nuovo referendum cambia idea innumerevoli volte, per poi attestarsi, è notizia di ieri, sulla neutralità. Insomma, un brexiter nazionalista con seri problemi di outing, che ancora pensa di difendere i diritti dei lavoratori inglesi andando a trattare da solo con Trump e la Cina.

Mauro Pasquini

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