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Chi ha ucciso Alitalia.Scopriamo i colpevoli

C’è una storia di Alitalia, la nostra ex compagnia di bandiera, che nessuno ha mai scritto. Ci voleva una “gola profonda” una persona che ha lavorato per 30 anni ai piani alti della Compagnia, protetta da un rigoroso anonimato, per raccontare i retroscena del declino diquella che fu una flotta tra le più prestigiose al mondo. In esclusiva per il Journal.today, eccola.

 

A metà anni Novanta, in Europa entra in vigore l’unità monetaria. I parametri di Maastricht impongono agli Stati membri un nuovo rigore dei conti pubblici, inedito per il nostro Paese. La situazione di Alitalia esce allo scoperto. Dissesto finanziario e mancanza di competitività rispetto ai competitor è il desolante quadro che emerge. Il motivo è da subito evidente: la politica ha trasformato la compagnia di bandiera in una fabbrica di raccomandati, appoggi elettorali in cambio di assunzioni e allegre consulenze. A dirigere la Compagnia si susseguono politici di secondo livello che devono essere gratificati con qualche carica e molti soldi. Non si è cercato più, per anni e anni la competenza nel settore. Nessuna attenzione è stata dedicata allo sviluppo dell’azienda,al marketing, alla flotta, che nei decenni è diventata troppo costosa e inefficiente.

Il governo Prodi I (1996) fa il primo tentativo di risanamento, mettendo sul mercato il 37% dell’azienda (21% ai dipendenti e il 15% in borsa). L’azienda viene alleggerita, viene diminuito il costo del lavoro e vengono razionalizzate le rotte. Entro il 1999 i conti sono risanati e addirittura vengono prodotti utili per quasi un miliardo di lire in tre anni. Sempre nel 1999 si ha l’entrata in gioco della KLM, compagnia di bandiera olandese. Si tratta di un partner importante per dare vita a una partnership tutta europea, coerentemente al mood euroentusiasta del decennio.

Ma l’italico provincialismo, fatto di interessi particolari e visione miope/elettorale del mondo, manda all’aria la trattativa. Viene boicottato il progetto di fare dello scalo di Malpensa l’hub principale della futura compagnia italo-olandese. Milano e comuni limitrofi difendono avidamente Linate. Roma difende Fiumicino, i sindacati non parlano di lavoro futuro ma tutelano il solo il lavoro dei già protetti. Risultato: nel 2000 KLM abbandona.

I fatti dell’11 settembre falcidiano il mercato mondiale. Sono duramente colpite tutte le maggiori compagnie. La malandata Alitalia, gloriosa ma piccola in un mondo di giganti, si dirige in uno stato di perenne emorragia finanziaria verso un destino segnato.

Nel 2007 è nuovamente il governo Prodi, il Prodi II, a intervenire con un piano quantomeno realistico. Il partner individuato e (miracolosamente) agganciato è Air France, già fusa con l’olandese KLM, che come abbiamo visto è una vecchia conoscenza di Alitalia.

L’offerta del gruppo franco-olandese consiste di uno scambio di azioni per il 100% del capitale. Sono previsti 2.100 esuberi e una ricapitalizzazione da un miliardo. Condizioni dure ma assolutamente vantaggiose, soprattutto in considerazione dello stato comatoso di partenza e della quotidiana emoraggia di denaro. L’Alitalia perde un milione di euro al giorno. I Piloti ricattano i vertici chiedendo aumenti consistenti paragonandosi ai colleghi europei (che però lavorano molto di più). I sindacati fanno richieste fuori dal tempo e dai tempi.

Ma nel 2008, ecco che i primi vagiti dell’odierno sovranismo fanno la loro comparsa sulla scena, con la loro azione distruttrice e avvelenatrice del futuro.

Con una manovra su due fronti, dalla perfetta quanto singolare sincronia, destra e sindacati aggrediscono il tentativo di risanamento di Alitalia, portandolo a morte.

Berlusconi picchia da destra brandendo l’antistorica difesa dell’italianità della compagnia. “Amo l’Italia, volo Alitalia” è lo slogan confezionato ad hoc. I sindacati, CGIL e CISL in testa, si oppongono agli esuberi, incuranti che l’alternativa è la fine dell’azienda, e quindi la fine del lavoro di tutti o quasi, e non la difesa del lavoro di qualcuno.

Si tratta di larghe intese di fatto, basate sulla complementarietà degli obiettivi. Da un lato, il sindacato mantiene la sua reputazione, dall’altro, Berlusconi si rivende al popolo come unico garante della sovranità nazionale. Il sindacato risulta vincitore dell battaglia per il lavoro, Berlusconi vince le elezioni politiche anticipate. Alitalia è morta. Il lavoro pure.

Anno 2008. Il governo Berlusconi guida la famosa cordata di “capitani coraggiosi” che darà vita alla good company CAI, liberata dai debiti di Alitalia, parcheggiati in una bad company a spese dei contribuente.

Restano dunque i vecchi debiti, A fronte dei 2100 esuberi del piano di Prodi con Air France, la nuova compagnia ne realizzerà 7000. Saranno riconosciuti ben sette anni di cassa integrazione che andranno a carico della bad company, e quindi di tutti gli Italiani. Le lacrime di coccodrillo dei sindacati, colpevoli quanto Berlusconi, vengono rispedite al mittente da gran parte della popolazione italiana, che inzia a guardare verso di loro con sospetto e disaffezione crescenti.

Intanto il piano industriale di CAI fallisce su tutti i fronti. Non ci sono soldi né per il risanamento né per le nuove rotte.

La compagnia arriva a perdere dai 600 a 700mila euro al giorno.

2013-2017. Alitalia è prossima al fallimento. I governi Letta e Renzi tentano un partenariato con la compagnia degli emirati arabi Ethiad. Il negoziato è lungo ed estenuante. Il governo Renzi porta a termine il percosro iniziato da Letta. Nell’agosto del 2014 Ethiad rileva il 49% di Alitalia. Ma ormai è tardi. Le perdite non diminuiscono e il fallimento dell’azienda è nei fatti.

E forse, dicono i più sospettosi, dietro c’è persino la pressione di Lufthansa che in accordo con Ethiad vuole portare Alitalia al fallimento per poterla acquistare per un tozzo di pane mandando a casa tutti gli impiegati di terra e sforbiciando gli equipaggi. Ma queste sono solo voci.

Già spolpata durante la prima repubblica, negli ultimi dieci anni un malinteso senso della sovranità nazionale e la miopia corporativa dei sindacati hanno condannato a morte la ormai ex compagnia di bandiera.

Oggi è tutto in mano ai gialloverdi. E “ho detto tutto”.p

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