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C’è una guerra in Libia che i giornali trascurano

In Libia si continua a combattere. E se c’è stata una parziale tregua non è per gli interventi diplomatici, bensì per altri due fattori: l’inizio del Ramadan e per la stanchezza delle milizie in campo. Ma di fatto le tensioni sono sempre molto alte, intatte rispetto a qualche settimana fa quando la Libia era in cima a tutte le preoccupazioni. Questa è la notizia, seppure semi oscurata.

Il presidente del Governo di Accordo Nazionale (Gna), Fayez al-Serraj, sta continuando a chiedere il sostegno occidentale per evitare che le truppe del generale Khalifa Haftar, il signore della Cirenaica, possano lanciare una nuova offensiva verso Tripoli. E magari prendere il controllo di gran parte del Paese. L’operazione del presidente, però, finora non ha incontrato un grande successo. Anzi.

Che fine ha fatto la Libia?

In questo scenario, la “bomba migranti”, come è stata definita nelle scorse settimane da qualche giornale, è sempre lì: pronta per essere innescata nel caso in cui non ci sia un reale accordo, che peraltro diventa sempre più difficile se l’opinione pubblica guarda altrove. Centinaia di migliaia di profughi scapperebbero in cerca di una via di fuga, dirigendosi verso l’Europa e inevitabilmente verso l’Italia.

Ed è paradossale che proprio in Italia si finisca in mille rivoli di un dibattito avvitato su dinamiche personali, e nell’informazione mainstream non ci sia traccia della gravità della situazione. La Libia è stata già derubricata a questione secondaria, finita a piè di pagina, un taglio basso, un trafiletto. Come se la questione fosse quasi risolta. Eppure la guerra, detta in maniera brutale, non è terminata: è semplicemente in una fase di stallo, perché nessuna delle due forze in campo riesce ad avanzare. La controffensiva dei militari di Serraj è stata bloccata, così come l’azione degli uomini di Haftar ha perso il vigore iniziale che lo aveva portato molto vicino a Tripoli. In mezzo a questa battaglia ci sono almeno 60mila sfollati: un numero destinato ad aumentare, fino a un potenziale di quasi un milione di persone, senza una reale soluzione diplomatica. 

Cosa sta succedendo in Libia

Il quadro complessivo resta quindi esplosivo. Il Governo di Accordo Nazionale ha cercato nelle ultime ore di riallacciare un dialogo con i governi europei e con gli Stati Uniti per trovare una sponda con l’Italia che ha sostenuto l’operato di Serraj fin dall’insediamento. “La Gna sta combattendo contro un aspirante dittatore militare, Khalifa Haftar, il cui governo sta prendendo soldi e armi da parte di attori stranieri, che perseguono uno stretto interesse personale a spese della Libia”, ha denunciato Serraj. Ma il suo appello è caduto nel vuoto. Anche a Washington, infatti, l’amministrazione guidata da Donald Trump sembra avere cambiato atteggiamento verso il generale.

Il riconoscimento di un ruolo nella “lotta al terrorismo” è importante per orientarsi nel contesto libico. Haftar non è visto più come una minaccia, ma come un interlocutore affidabile sul terreno, molto caro agli Stati Uniti. Una presa di posizione che si somma a quella della Francia, alla ricerca di partner nel contrasto alle sigle jihadiste ( ed ad una occupazione delle riserve petrolifere controllate dall’Eni). Dunque, una legittimazione del generale quantomeno per il ruolo strategico nell’area, che rappresenta un monito per il Governo di Accordo Nazionale di Serraj. La Libia, insomma, è sempre una grande polveriera, anche se i media sembrano non volerla più né vedere né raccontare. Ordini dall’alto da parte di un esecutivo che mette la testa sotto la sabbia perchè ormai marginalizzato dalle decisioni europee  o semplice trascuratezza professionale dei media nostrani che preferiscono inseguire la cronaca nera ?

 

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