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referendum in Svizzera

Cavie e diritti umani: la Svizzera deve decidere

Cavie per esperimenti, diritti umani, sfruttamento del lavoro minorile. In Svizzera, tra pochi giorni, il 29 novembre, dopo anni di dibattito pubblico, gli elettori decideranno in un referendum, su una delle iniziative più discusse degli ultimi anni. Si tratta della cosiddetta Iniziativa di Responsabilità aziendale (“Konzernverantwortungsinitiative, “KOVI”), che chiede alle ditte svizzere  di assumersi la responsabilità verso qualsiasi violazione degli standard ambientali e dei diritti umani. Negli ultimi anni sono stati spesi più soldi che mai nella storia della Confederazione nella campagna referendaria: sarebbero 18 milioni di franchi, principalmente dai sostenitori dell’iniziativa. Ma perché spendere così tanto per un referendum, di cui in Svizzera con la sua democrazia diretta ce ne sono così tanti? Cosa c’è di particolare in questa iniziativa e perché è così importante, anche a livello globale?

Diamo prima un’occhiata a cosa comporta esattamente l’iniziativa. La proposta, lanciata nel 2016, prevede che 1500 grandi imprese – le piccole e medie imprese sarebbero di solito escluse – debbano rispondere delle violazioni dei diritti umani e degli standard ambientali internazionali, anche se avvengono all’estero. Le persone i cui diritti sono stati violati o la cui regione ha subito un danno ambientale potranno – nel caso il referendum la promuovesse –  presentare un reclamo in Svizzera e chiedere un risarcimento finanziario per il danno. In più, la violazione dei diritti internazionali verrebbe impedita preventivamente illuminando le complesse catene di fornitura nell’ambito dei cosiddetti controlli di “due diligence“.

La responsabilità delle aziende per eventuali violazioni dei diritti all’estero, compresi quelli delle loro controllate e dei loro fornitori economicamente indipendenti, è il vero punto controverso della consultazione referendaria alla quale sono chiamati gli svizzeri.

Perché l’iniziativa è così importante?

La Svizzera ha il maggior numero di imprese globali pro capite al mondo – nomi come Syngenta, Nestlé o Glencore – ed è anche tra i primi cinque paesi europei in termini assoluti. Queste grandi aziende non sempre agiscono in modo corretto dal punto di vista etico e ambientale, come hanno portato alla luce numerosi scandali negli ultimi anni. Si parla di “schiavi dei gamberi” in Thailandia, ad esempio, che producono gamberi che finiscono nell’assortimento di Migros e Aldi Suisse, tra gli altri. In India, i bambini sono stati usati come cavie per i medicinali dell’industria farmaceutica. La gigantesca società Glencore è stata ripetutamente messa alla gogna per le condizioni di lavoro disumane e Nestlé è stata accusata per anni di lavoro forzato da parte di minori. Di recente è stato dimostrato che il lavoro minorile nel settore del cacao è effettivamente aumentato e che Nestlé non ha quindi rispettato la sua riaffermazione dell’impegno a contenerlo. Ed è qui che entra in gioco la KOVI. In caso di risultato positivo del referendum, le promesse vuote e le misure volontarie diventerebbero norme da rispettare.

D’altro lato, anche la Svizzera, come altri Paesi occidentali, ha una responsabilità nei confronti del suo passato. In particolare nel contesto del movimento Black Lives Matter, sono stati recentemente pubblicati diversi articoli sul rapporto tra la Svizzera e lo schiavismo, che rivelano il coinvolgimento delle famiglie imprenditoriali elvetiche nella tratta globale degli schiavi fino al XIX secolo. Questi articoli rappresentano una situazione triste e vergognosa, ma è ancora più triste quando ci si rende conto che la schiavitù non è un fenomeno che appartiene alla storia nel senso che non possiamo considerarlo un evento storico a sè stante: la schiavitù continua ad esistere ancora oggi. Secondo il Global Slavery Index, pubblicato dalla ONG australiana Walk Free Foundation, i numeri stanno effettivamente aumentando. Più di 40 milioni di persone in tutto il mondo sono vittime di questa moderna schiavitù, che può assumere  forme diverse,  la più comune delle quali è il lavoro forzato.

Se si dicesse “Sì” all’Iniziativa di Responsabilità aziendale, la Svizzera contribuirebbe anche al rispetto degli sforzi legali internazionali per frenare il fenomeno, come l’8° SDG, che chiede un lavoro dignitoso per tutti, o il quarto articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ( DUDU): il divieto del lavoro forzato e della schiavitù. Un esito pro-iniziativa sarebbe quindi una concretizzazione di questi diritti a livello nazionale, il che significherebbe un ulteriore passo avanti nella tendenza globale verso standard più elevati e la richiesta di assunzione di responsabilità da parte del settore privato. La Svizzera potrebbe così dare un esempio positivo sulla scena mondiale. La prossima settimana verrà indicato il percorso che i cittadini svizzeri vogliono intraprendere.

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