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Eliminare la carne? No, bisogna migliorare gli allevamenti

Il problema non sono le mucche o l’alimentazione onnivora e il relativo consumo di carne. Questa posizione, portata agli estremi, rischia addirittura di vanificare l’impegno per diminuire la fame nel mondo. La questione è tutta legata alla qualità degli allevamenti. Perché basterebbe accettare un principio per evitare la demonizzazione della carne: non mangiare male e pagare di più per mangiare bene. La proposta è stata avanzata su impakter.com da Brendon Anthony, Ceo e co-fondatore di Harvest Craft.

L’articolo, intitolato “in difesa delle mucche”, è un ragionamento senza preconcetti. E spiega anche che la cancellazione totale dei sistemi di produzione della carne avrebbe gravi ripercussioni sulla capacità di produrre cibo in modo sostenibile e affrontare quindi il secondo Obiettivo di sviluppo sostenibile, fissato dalle Nazioni Unite, ossia il contrasto alla fame. La “rivoluzione”, o semplicemente l’intuizione, può essere l’agricoltura rigenerativa o agroecologia. Un modello di sostenibilità, attento alla qualità della vita degli animali e dei pascoli.

Inquinamento da carne

“Sono assolutamente d’accordo sul fatto che la produzione di bestiame, nel contesto industriale, sia estremamente dannosa per la salute degli animali, di noi stessi e del nostro ambiente. È stato dimostrato che la produzione di carne bovina da sola richiede più terra e contribuisce a più emissioni di gas serra rispetto a carne di maiale, pollo e pesce”, ha sottolineato l’autore dell’articolo.

La tabella con le emissioni

Dunque, non si scappa da un concetto: il contrasto all’emergenza climatica passa inevitabilmente attraverso un significativo cambiamento nei consumi e nella produzione agricola. La colpa, appunto, non è delle mucche, ma del modo in cui vengono portati avanti gli allevamenti con l’uso di ormoni industriali, antibiotici, ormone della crescita, una cattiva gestione dei rifiuti. Insomma, un sistema basato solo sulla quantità di produzione.

Il meccanismo è quindi devastante per l’ambiente: “La produzione viene condotta a densità di popolazione estremamente elevate (senza rotazione), con una biodiversità minima (nella maggior parte dei casi, una singola specie), condizioni igieniche e di vita scarse con un una forte dipendenza generale dai combustibili fossili per il trasporto di materie prime e la spedizione di rifiuti e prodotti animali”, osserva Anthony.

La rivoluzione della carne

Da qui il passaggio al nuovo paradigma: mangiare meno male e pagare di più per mangiare bene? Il modello di allevamento attinge al pensiero di Joel Salatin, con le sue Polyface farm, che ha ideato fattorie a impatto ambientale zero. La filosofia agricola pone l’accento sull’erba su cui gli animali possono prosperare in un ciclo di alimentazione. Le mucche vengono spostate da un pascolo all’altro, invece di far ricorso all’alimentazione di mais. Quindi le galline vengono sposate in pollai portatili, seguendo gli spostamenti delle mucche, dove scavano attraverso lo sterco delle mucche per mangiare larve di mosca, ricche di proteine. Così fertilizzano ulteriormente il campo con i loro escrementi.

“I vegani e gli attivisti ambientali non dovrebbero astenersi del tutto dal dibattito sulla carne, ma essere proattivi nel sostegno di quegli agricoltori che fanno il loro lavoro nel modo giusto”, ribadisce Anthony. “Questi sono gli agricoltori che imitano i loro sistemi agricoli dopo i processi ecologici, praticano l’agricoltura rigenerativa e integrano gli animali nei loro sistemi sostenibili”, conclude l’autore dell’articolo.

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