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Veduta Cairano

Cairano, l’impegno per sostenibilità con la Fabrica del vino e la riscoperta dell’aglianico bianco

Cento cantine ipogee ritornano in vita con la Fabrica del Vino. Un progetto che parla di gentilezza e di riqualificazione di antiche pratiche viticole, tra tradizione e innovazione. Un piccolo manifesto di sostenibilità. Impakter Italia è a Cairano, un borgo nella profonda provincia di Avellino. Ad abitarlo solo 297 persone. Un piccolo centro che vive ancora di semplicità e di essenziale. Caratteristica la sua conformazione geografica, così unica che ricorda una nave in viaggio. Sospeso in posizione diagonale, a 770 metri sul livello del mare, ambisce a diventare traino economico e di ripopolamento: è il 2017 quando viene realizzata la ‘Fabrica del Vino’.

Nella storia del vino, Cairano come Capitale del Vino

Passano un bel po’ di anni, o per meglio dire secoli, per arrivare a conoscere Cairano come capitale del vino irpino del Mezzogiorno d’Italia. Ed è per questo che proprio qui, non poteva che nascere l’Ateneo dei Vini Erranti. A darne vita, l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Luigi D’Angelis, Pasquale Persico, Ordinario di Economia Politica, Scienze della Comunicazione – Università di Salerno dal 1987 e volto dell’associazione culturale Irpinia 7x, e Fulvio Alifano, medico e cairanese di origine ma oggi residente nella penisola sorrentina come produttore di vini all’Abbazia di Crapolla.

La mission dell’iniziativa è il ripopolamento del borgo. Il modus operandi sarà l’attività agricola che è stata persa negli anni, con l’intento di impiantare un tappeto di viti lungo l’Alto Ofanto. Dal centro del paese, il tracciato viario della ‘Via delle Grotte Antiche’ porta dritti dritti all’area archeologica del paese. La meta porta alle cantine, visibili immediatamente nella facciata, ma ipogee all’interno. Paragonate ad autentiche necropoli che parlano di storia.

Cairano: il centro del progetto tutto nel nome

Lavori di restauro, non di ristrutturazione. Come si farebbe con un’opera d’arte, perché in fin dei conti quando si parla di storia e di vino, c’è sempre un ché di artistico. Si ripristinano cantine e metodi di vinificazione. Già dalla ‘ri-costruzione’ del nome, come viene presentata la Fabrica del Vino, con l’evidente assenza del raddoppiamento della consonante centrale ‘b’. Per sostenere la gentilezza e recuperare una vecchia pratica agricola: la produzione del vino accompagnata da un concetto rivoluzionario.

‘Fabrica del Vino’ altro non è che, nel nome, il matrimonio della parola ‘trans’, dal latino ‘attraverso’, e ‘formazione’. Ne viene fuori una ‘trans- formazione’ ovvero il luogo dove prende forma, della mutazione e del divenire, tutt’altro che della genesi. Si riprende quello che già c’era ma che era andato un po’ in disuso.

Un’industria di gentilezza con l’obiettivo di ripopolare partendo dal vino

Tra gli obiettivi principali della Fabrica, fin dal 2017, c’è la produzione di un centinaio di quintali vino in due anni. Distribuiti in piccole partire di 5, 10, 15 ettolitri. E ancora: c’è l’intenzione di diventare riferimento d’istruzione con un centro di formazione per la riproducibilità dei pezzi unici all’interno di in un laboratorio creativo e permanente. Dalla teoria alla pratica, insomma.

All’idea pilota, si aggiunge la costituzione di un’associazione. Di oggetti e di persone. Da enologi, ad artisti, cuochi, appassionati, viaggiatori, fino a vecchi depositari di saperi e sapori desueti e fuori moda. Un’autentica realtà architettonica all’interno della regione Campania. Un intero quartiere storico con cento cantine ipogee, testimonianza di una presenza millenaria. Così la Fabrica diventa luogo di vantaggio competitivo.

L’aglianico bianco, il ripristino vitigno storico

Sette talee per un aglianico bianco: era il 25 novembre 2018 quando iniziava la sperimentazione. Una varietà conosciuta in questo areale, ma non coltivata. Dagli studi del docente universitario Persico, difatti, si è scoperto una classificazione di aglianico ma sorprendentemente bianca. Una rarità nel settore, così specifica che potrebbe divenire quell’accento in più per la parte del Sud Italia.

Come vitigno, l’aglianico bianco ha avuto una trasformazione genetica. Come varietà coltivata, ad oggi, certamente non esiste. Probabilmente è esistita ed è stata anche coltivata in passato. Eseguendo un esame sulla pianta è stata scoperta una mutazione genetica per cui si è originato un nuovo vitigno di aglianico bianco. Non si esclude che sia sempre esistito tra i bianchi, poiché i contadini non erano attenti alle varietà, consideravano il vino come un elemento della tavola o un coadiuvante per lavorare nei campi senza avvertire il freddo e il peso della fatica.

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