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Tutte le bufale sulla nascita dell’apartheid

Bufale sull’apartheid. Non sulla sua esistenza, ovviamente, ma sulle sue origini. A chi veramente devono essere addebitate, sul perché fu organizzato un sistema repressivo che andò sempre più peggiorando. Tutta la storia del razzismo di stato in Sudafrica è costellata di falsi clamorosi che hanno finito per addebitare a un solo popolo le nefandezze compiute.

Apartheid, tra storia e bufale

Oggi, 2 febbraio 2020, saranno 30 anni dalla storica svolta in Sudafrica che è stata l’inizio della fine dell’apartheid. Ma al di là delle celebrazioni, della data, qual è la reale conoscenza di quello che è stato uno dei passaggi più importanti della storia mondiale del Novecento?

Ancora oggi resistono numerose leggende che nel complesso costituiscono un mix di superficialità, falsificazione, mitizzazione. Molte di queste narrazioni hanno fatto una “brillante carriera”, fino a diventare verità accademiche. Ne abbiamo messe in fila alcune. Non si tratta certamente di un elenco esaustivo, ma sfatarne qualcuna potrà aiutare a capire da dove viene l’apartheid, il perché dell’apartheid e quali siano state le ragioni del suo declino.

L’apartheid non è stata un “incidente” del XX secolo

La vulgata “creazionista” presenta l’apartheid come un prodotto creato quasi dal nulla nella seconda metà del XX secolo. L’autore del misfatto secondo i “creazionisti” sarebbe il governo del National Party, il partito della comunità afrikaner, ossia i Bianchi di origine olandese (o Boeri). Si tratta di un clamoroso falso, condito con un pizzico di malafede.

L’apartheid costituisce in realtà un inasprimento giuridico della preesistente legislazione razziale, risalente al secolo precedente e alla prima metà del Novecento. In quel periodo furono prodotte più di 150 leggi razziali che intervenivano in ogni ambito della vita pubblica e privata. Prendere atto di tutto questo è essenziale per capire il senso della prossima “bufala” sull’apartheid.

L’apartheid non era un’esclusiva dei Bianchi afrikaner

Nell’immaginario collettivo l’apartheid ha i tratti somatici degli Europei dei Paesi Bassi. Ha il suono duro della lingua afrikaans e lo sguardo severo dell’elite boera. Ma l’impianto giuridico su cui è stata costruita è opera inglese. Quelle 150 leggi e più alle quali si è accennato sopra sono state varate nella provincia del Capo durante la dominazione inglese (1805-1910). Sono state poi acquisite dal Sudafrica nato dall’unione fra Inglesi e Boeri quale esito della Guerra anglo-boera (1899-1902).

Cecil Rhodes (1853-1902), politico e uomo d’affari britannico, tra i maggiori fautori dell’egemonia occidentale e delle leggi razziali in Africa Australe

E se durante l’apartheid l’elite boera ha avuto l’esclusiva del potere politico, un’elite mista anglo-boera ha dominato l’industria. Mentre il potere finanziario, che tirava i fili di tutto, era di casa nella city, a Londra. Dunque, l’apartheid è da considerarsi una devianza perversa del colonialismo europeo? Niente affatto. Questa è un’altra bufala, certamente la più colossale. Vediamo come stanno le cose.

L’apartheid era un avamposto politico, economico e militare dell’Occidente in Africa Australe

La posizione strategica per le rotte commerciali con l’Oriente e l’immensa ricchezza mineraria sono i due fattori che hanno attirato le potenze occidentali in Sudafrica, soprattutto Olanda e Inghilterra. Quando l’opposizione dei nativi all’occupazione del territorio minacciava gli interessi occidentali, le potenze europee rispondevano con la forza militare. Poi stabilizzavano la loro egemonia imponendo legislazioni razziali ai nativi sconfitti. Ma alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Occidente si trovò davanti a un grosso problema. Innanzitutto, la vittoria della democrazia imponeva di promuovere il suffragio universale in tutte le aree di influenza occidentale. Quindi anche in Sudafrica. E poi, ad est, si destava minacciosa l’URSS, una superpotenza contrapposta all’Occidente.

Concedere il suffragio universale ai Sudafricani non bianchi, che erano l’80% della popolazione, avrebbe significato due cose: la fine del potere occidentale nel paese e la sua conquista da parte di comunità etniche culturalmente arretrate, aspramente in guerra fra loro ma animate da una comune rivalsa antioccidentale. L’URSS avrebbe avuto gioco facile a coalizzare il sentimento antioccidentale e penetrare il paese. Lo scopo era ovviamente mettere le mani su quello che era il più grande giacimento minerario del mondo. La vittoria della democrazia nel secondo conflitto mondiale rendeva così strategico per l’Occidente l’inasprimento della preesistente legislazione razziale in Sudafrica.

Si trattava di un paradosso solo apparente. In un paese dove i Bianchi erano meno di un quinto della popolazione totale, solo il mantenimento della loro esclusività decisionale poteva garantire legalmente il controllo occidentale sulle risorse minerarie e sulle rotte commerciali. Con il placet di fatto dell’Occidente, nel 1948 iniziò in Sudafrica la costruzione giuridica dell’apartheid. Ora, il problema per le potenze occidentali era salvare la loro reputazione di agenti della democrazia. A tale scopo fu messa in piedi una strategia politico-mediatica complessa, costituita da una varietà di elementi ognuno dei quali era un “fake”.

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