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Black Mamba, Kobe Bryant ha passato l’ultimo pallone

La morte di Kobe Bryant uno dei più grandi sportivi, uno dei più grandi giocatori di pallacanestro di sempre, ha colto tutti di sorpresa per tanti motivi. L’età, 41 anni. Il modo, un incidente di elicottero. Per il personaggio al di là del campo di basket. Al punto che delle centinaia di migliaia di messaggi di cordoglio comparsi sui social, quelli più impressionanti sono stati quelli che dicevano “No! Kobe no! Lui no!”.

Come se un uomo per quanto leggenda non avesse il diritto di morire. Così giovane ed in quel modo. Già leggenda, perché? Perché Kobe è stato un predestinato. Il padre Joe è stato un notevole giocatore con 8 anni di NBA e 7 in Italia dove tutti lo abbiamo amato per la sua capacità di fare sempre canestro, di essere sempre sorridente e molto allegro. E per la bella famiglia che  comprendeva due figlie e Kobe che a Rieti, prima tappa italiana di Joe, aveva 6 anni. Per i due successivi Kobe mise in crisi i suoi allenatori di minibasket perchè faceva sempre canestro e faceva piangere i suoi compagni, costringendo l’allenatore a toglierlo ad un certo punto della partite per dare spazio anche agli altri. E’ alla scuola Marconi del capoluogo sabino che Kobe ha imparato l’italiano, una lingua che non ha mai dimenticato come dimostra questa intervista del 2011 a Radio Deejay.

In Italia Kobe ha vissuto fino ai 13 anni coltivando un amore per il nostro Paese infinito. E poi il coraggio. A 18 anni scelse di passare dal liceo, il Lower Merion High School di Philadelphia la città natale, all’NBA senza passare per il college come la maggior parte dei cestisti. Fu scelto dagli Charlotte Hornets che lo girarono ai Los Angeles Lakers. Era il 1996. Non ha mai cambiato maglia giocando per i “lagunari” della città degli angeli per 20 anni fino al 2016. Diventandone il simbolo in tutto e per tutto. Come lo erano stato prima Kareem Abdul Jabbar e poi Magic Johnson. Una delle dimostrazioni di fedeltà ad una maglia più lunghe della storia. Ripagata con cinque titoli NBA ed una serie di record personali impressionanti. Più due Olimpiadi con gli Stati Uniti ovviamente.

Kobe

Anche nei nomi del numero 8 in maglia gialloviola (ha avuto anche il 24) c’è leggenda. Si chiamava Kobe dal nome di una carne giapponese dal sapore molto forte che i genitori stavano mangiando qualche giorno prima della sua nascita. “Mister 81” legato ad una prestazione clamorosa in una partita nella quale segnò appunto 81 punti…E poi quelo che ha segnato l’epoca Kobe: “Black Mamba”, il serpente africano tra i più pericolosi e velenosi al mondo. Perché lui in campo era così: agile, veloce, letale – per gli avversari – imprevedibile, immarcabile, indifendibile.

Fuori dal campo anche lui come tante persone, ha avuto i suoi guai: un’accusa di stupro da parte di una cameriera 19enne del The Lodge and Spa di Cordillera  ad Edwards nel Colorado. Fu uno scandalo : lui ammise il rapporto con la ragazza ma non la violenza. L’accusa fu ritirata perchè la cameriera dell’albergo ad un certo punto decise di non testimoniare in aula. Kobe si scusò per il tradimento con la moglie Vanessa in una conferenza stampa che fece tanto scalpore quanto l’accusa. Aveva quattro figlie : Natalia Diamante, Gianna Maria-Onore detta Gigi (purtroppo deceduta con lui nell’incidente del 26 gennaio), Bianka Bella  e Capri Kobe nata lo scorso anno.

Kobe con la moglie Vanessa

La sua mentalità, la sua professionalità e la sua maniacalità nel lavoro sono stati d’ispirazione per tanti suoi colleghi ma non solo: Roger Federer, Neymar e Serena Williams hanno più volte detto di aver tratto da Kobe molti spunti per il loro impegno sportivo.

Nel rugby c’è un detto: “Un giocatore di rugby non muore mai, al massimo passa la palla”. Kobe non è moro ha passato l’ultimo pallone. Per un assist.

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