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Black Friday: i “resi” un enorme problema per l’ambiente

Black Friday: un’usanza importata in tutto il mondo dagli Stati Uniti dove si celebra dal 1952. Il nome – venerdì nero –  avrebbe due origini: una a Filadelfia, quando si decise di identificare in questo modo quel giorno – che cade il venerdì successivo al Giorno del Ringraziamento quindi alla fine del mese di novembre – nel quale il traffico impazzisce a causa dello shopping favorito dalle offerte.

L’altra origine deriverebbe dal fatto che dal giorno del Black Friday i conti dei negozi passerebbero dal rosso (negativo) al nero (positivo). Fatto sta che siamo tutti pazzi per questa giornata, un’altra copiatura di una abitudine a stelle e strisce. Le aziende online che offrono i prodotti a prezzi scontati vedono i loro guadagni moltiplicati per percentuali a tre cifre. Ed offrono come molti altri negozi la possibilità di restituire l’oggetto acquistato in caso di non soddisfazione del cliente, naturalmente con dei termini ben precisi. E qui nasce un grosso problema per l’ambiente.

Black Friday: i resi online…

L’opportunità del  “reso” notano gli osservatori è ormai un’abitudine quasi come il comprare. Con risvolti potenzialmente negativi. Tralasciando quelli che sono i mancati guadagni per le aziende – che comunque sono cospicui –  i resi fanno aumentare il costo del lavoro, per via del tempo che deve essere impiegato per i controlli e il riassortimento.

La quota della merce comprata online e restituita varia tra il 15 e il 30%, a fronte dell’8-10% della vendita al dettaglio.  Di questi, secondo Greenbiz.com meno del 50 per cento viene riassortito e rivenduto : il resto viene ceduto a prezzi molto scontati ai gestori di svendite e liquidazioni, quando non buttato direttamente in discarica o inceneritore.

Ecco il problema principale per l’ambiente: il processo di reso produce molti rifiuti ed è costoso: secondo Statista, nel 2020 le restituzioni arriveranno a costare alle società Usa 550 miliardi di dollari, il 75,2% in più rispetto a quattro anni prima.

Black Friday: maglioni

Un reso è un articolo trasportato due volte, e come sappiamo il trasporto è al primo posto tra le principali fonti di gas serra nell’atmosfera,a cui va aggiunta la produzione record di imballaggi, che genera grandi quantità di rifiuti, comescatole di cartone e involucri di plastica.

Gran parte degli acquisti restituiti è costituita da capi di abbigliamento, scelti magari in maniera poco accorta o senza considerare la taglia. La rivista Women’s Wear Daily ha identificato quattro tipologie di “serial returner”: il compulsive shopper, che acquista grandi quantità di abiti per poi restituirli spinto dal senso di colpa; il wardrober (con la variante del “social media wardrober”) che invece acquista un abito per sfoggiarlo solo un giorno o per fare una foto da pubblicare sui social; e il bracketer, che compra lo stesso capo in diverse taglie e colori, per poi provarlo con calma e tenere solo la taglia o il colore giusto.

Una soluzione?  Il noleggio degli abiti. Caterina Maestro, fondatrice di DressYouCan, una startup italiana che fa proprio noleggio di abiti, spiega:  “Il fashion renting può rivelarsi particolarmente utile per ridurre il numero dei resi, contribuendo alla salute dell’ambiente. Con il noleggio, infatti, è possibile ottimizzare il consumo rendendolo sostenibile, indossando abiti sempre nuovi senza alimentare gli sprechi tipici del fast fashion”.

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