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“Bla bla bla” sul clima: ecco l’alternativa!

“Bla bla bla” e poca concretezza. Questa l’accusa contro l’inconcludenza dei grandi del mondo nella lotta ai cambiamenti climatici. Ma esiste un’alternativa. Ecco di cosa si tratta.

L’alternativa al “bla bla bla”

Contro il climate change, laddove falliscono gli Stati e gli organismi sovranazionali, può farcela l’azione congiunta delle realtà subnazionali. Come ad esempio, governi regionali e amministrazioni comunali. E non tramite alleanze relegate solo entro i propri confini, ma anche e soprattutto a livello internazionale. Questo è quanto emergerebbe da una serie di riflessioni fatte da alcuni dei principali osservatori. Riflessioni che hanno trovato nuovo slancio all’indomani della Cop 26, da molti ritenuto un summit deludente in termini di proposte concrete.

I numeri dello studio

La validità di questa forma alternativa di internazionalismo contro i cambiamenti climatici, troverebbe conferma in uno studio dell’Università del Maryland. Ad esempio, vi si legge che “le coalizioni di attori subnazionali negli Stati Uniti sono significative a livello globale. Questo perché rappresentando quasi il 70% del PIL del Paese, il 65% della sua popolazione e oltre la metà delle sue emissioni di CO2.”. Si tratta concretamente della “seconda economia più grande del mondo. Pari all’incirca alle dimensioni di quella cinese”. Lo studio rivela inoltre che “questi attori subnazionali riuniti, da soli, ossia senza intervento del governo federale, possono già ridurre le emissioni del 25% entro il 2030. Un’azione che, se potenziata, potrebbe raggiungere una riduzione delle emissioni del 37%, rispetto ai livelli del 2005”. Il tutto, s’intende, “senza intervento del governo federale”.

Una situazione analoga è presente in ogni paese sviluppato, dove la presenza di istituzioni locali radicate, capillari e con ampia capacità operativa, è appunto elemento essenziale del loro stato avanzato di sviluppo. Insomma, parliamo di un potenziale che attende solo di essere adeguatamente organizzato. Anche solo con un decimo dello sforzo che i governi nazionali fanno per dare risonanza mediatica al loro operato. Si legge ancora nello studio: “I processi che portano a politiche diversificate e non statali legano più direttamente le decisioni alle necessità specifiche dei territori. Operando in questo modo è possibile identificare nuove e più efficaci strategie per ridurre le emissioni; collegando la pianificazione e l’esecuzione dell’implementazione delle politiche locali.

Basta con le passerelle mediatiche!

I numeri parlano dunque molto chiaro. Esistono i presupposti tangibili per dare luogo a una strategia alternativa a quella tradizionale fatta di accordi e consessi tra Stati. Contesti che spesso partono in pompa magna riguardo agli annunci ma poi iniziano molto presto a segnare il passo in fase attuativa. Col risultato che la lotta ai cambiamenti climatici riesce a fare solo pochi passi. Incerti e insufficienti.

La situazione di stallo che ha fatto lanciare a Greta Thunberg il suo j’accuse “bla bla bla”. Ma anche il New York Time ci va giù duro: “anche se i paesi mantengono tutte le promesse sulle emissioni che hanno fatto, mettono comunque il mondo su un percorso pericoloso, diretto verso un pianeta che, rispetto al periodo preindustriale, sarà più caldo di circa 2,4 gradi Celsius, entro l’anno 2100”.

 

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