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Bielorussia diritti umani

Bielorussia: i diritti umani frantumati nella repressione

Una reiterata violazione dei diritti umani, uno dei punti cardini dello sviluppo sostenibile. La questione in Bielorussia è esplosa, in maniera più mediatica, dopo le ultime elezioni, contestate dall’opposizione guidata da Svetlana Tikhanovskaya. I dati ufficiali parlano di una netta affermazione del presidente Alexander Luakashenko, con l’80% dei voti, contro il 9,9% dell’avversaria. La situazione diventa così sempre più difficile: la repressione del dissenso, orchestrata da Lukashenko, è sempre più brutale. Arrivando al blackout di Internet, durato circa tre giorni, per silenziare qualsiasi voce libera sui social, da Twitter ai canali Telegram.

Le Nazioni Unite hanno quindi lanciato un monito: “Ricordo alle autorità bielorusse che l’uso della forza durante le proteste dovrebbe essere sempre eccezionale e una misura di ultima istanza, distinguendo chiaramente chi sono gli individui e manifestanti pacifici, contro i quali la forza non dovrebbe essere usata”, ha scandito L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet. “Le autorità statali – ha sottolineato Bachelet – devono consentire e facilitare l’esercizio dei diritti alla libertà di espressione e di riunione pacifica e non reprimerla. Le persone hanno il diritto di parlare ed esprimere dissenso, ancora di più nel contesto delle elezioni, quando le libertà democratiche dovrebbero essere sostenute, non soppresse”.

Bielorussia: il regno ininterrotto di Lukashenko

Le parole dell’Onu restano al momento inascoltate. Tikhanovskaya, per scappare all’arresto, si è rifugiata in Lituania. Una scelta inevitabile: alla prima denuncia di brogli era già finita sotto il controllo della polizia. Del resto non è un caso che Lukashenko sia definito l’ultimo dittatore d’Europa. Fin dalla fondazione della Repubblica, in seguito al dissolvimento dell’Unione sovietica, è rimasto al potere. Senza nemmeno un’interruzione e accentrando tutta sulla sua persona. Un “regno” costruito sulla cancellazione del dissenso, a cominciare dalla libertà di stampa, fino alla deliberata repressione. Come sta accadendo in queste ore, nella capitale Minsk.

Le forze di polizie si stanno infatti concentrando sull’arresto dei reporter: stando alle ultime informazioni disponibili, sono almeno 55 i giornalisti finiti in manette durante le proteste scoppiate alla proclamazione della vittoria di Lukashenko. “Le forze di sicurezza hanno preso particolarmente di mira i giornalisti picchiandoli, colpendoli coi manganelli, sparandogli contro proiettili di gomma, distruggendo le loro attrezzature e cancellando le immagini”, riferisce Amnesty Interntational. “In questi giorni i giornalisti in Bielorussia stanno facendo un lavoro eroico, documentando la brutale repressione delle proteste“, ha dichiarato Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale.

Pena di morte e Ong fuori legge: la dittatura bielorussa

Gli arresti, tuttavia, non riguardano solo i giornalisti: almeno seimila persone state fermate dalle forze di sicurezza. Per Lukashenko sono “criminali” e basta. Un attacco prevedibile. Tra i fatti più gravi delle ultime ore figura l’uso di proiettili veri contro i manifestanti durante le proteste nella città di Brest, situata al confine con la Polonia. Dopo l’iniziale ammissione da parte del Ministero dell’Interno, c’è stata una ritrattazione. Non è certo migliore la condizione delle persone arrestate: secondo alcune denunce, i detenuti sono ammassati in spazi piccoli senza alcun rispetto dei diritti minimi della persona.

La questione dei diritti umani in Bielorussia, insomma, non è certo un problema nuovo. Basti pensare che è l’unico Paese in Europa in cui è tuttora prevista la pena di morte: secondo quanto riferito da Amnesty International, nello scorso anno ci sono state tre esecuzioni. E l’8 giugno è arrivata dalla Corte suprema la condanna definitiva alla pena capitale anche per i fratelli Kostseu, già ritenuti colpevoli dal Tribunale che aveva seguito il caso. I due giovani, 21 e 19 anni, sono stati ritenuti colpevoli di omicidio. In questo contesto di diritti negati, anche le Organizzazione non governative sono considerate fuori legge dal presidente bielorusso: il rifiuto a sottostare alle norme illiberali, le rende di fatto illegali. Con tutte le conseguenze del caso.

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