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Beni confiscati alla mafia: un drammatico flop

Beni confiscati alla mafia: i numeri certificano un doloroso insuccesso. Insuperabili pastoie burocratiche e, paradossalmente, perfino la mano di Cosa Nostra inceppano il meccanismo.

I numeri del flop

Solo 39 aziende tra le 780 che lo Stato ha strappato alla mafia risultano ad oggi attive. Le altre 741 sono ferme. Un dato che già da solo grida vendetta. Soprattutto in una terra dove la disoccupazione, in primis quella giovanile, è a livelli record praticamente da sempre. Ma la desolazione purtroppo non finisce qui. Infatti, a fungere da contraltare c’è un dato ancora più agghiacciante: secondo l’ex direttore dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, Bruno Frattasi, circa il 70-80% delle imprese normalmente attive non avrebbe forza di esistere senza il sostegno di Cosa Nostra. Lo Stato dunque ha fin qui confiscato beni alla mafia, mantenendo però gran parte fuori uso, cosicché la mafia ha avuto gioco facile nel continuare a penetrare il mercato con aziende da lei stessa controllate, direttamente o indirettamente.

La sostenibilità passa anche dal recupero intelligente degli edifici

Sostenibilità vuol dire tante cose. Uno dei suoi aspetti più importanti è il concetto di riutilizzo, che sta alle base di quelli più tecnici di riciclo e circolarità. Il riutilizzo riguarda anche gli immobili. Anzi, questo è uno degli ambiti della sostenibilità maggiormente impattanti sull’ambiente e sulla vita di ciascuno di noi. Riconvertire un immobile inutilizzato verso una nuova funzione rappresenta sia una possibilità di risparmio di suolo e risorse, sia un’opportunità per la vita sociale che sta intorno all’immobile in oggetto.

Questa è la filosofia, fondata sui concetti di recupero e riutilizzo, che sta alla base delle procedure giudiziarie deputate alla confisca dei beni delle cosche mafiose. Nell’intento dello Stato c’è il recupero materiale e soprattutto civico di questi beni, e il loro reimpiego in attività di vario tipo, tutte accomunate dall’essere realtà di utilità sociale: scuole, palestre, laboratori tecnici o artistici. Ma anche aziende.

Un’occasione perduta

Ed è per questo motivo, ossia pensando a quanti spazi socialmente utili potremmo recuperare dai beni della criminalità organizzata, che fa male sapere quanto il meccanismo escogitato sia virtuoso solo nelle intenzioni e molto meno nei fatti. Insomma, ottimi principi ma risultati relativamente pessimi. I dati, purtroppo, come abbiamo visto parlano chiaro. “Condizioni strutturali pessime, abusi edilizi insanabili, immobili occupati da persone riconducibili a chi ha subito la confisca, terreni difficilmente raggiungibili e inutilizzabili. Inoltre, gli oneri economici per ristrutturazioni, messa in sicurezza, adeguamento dei locali sono tutti a carico dei vincitori del bando». Questa l’amarezza di Matteo Iannitti, Coordinatore del Giardino di Scidà, bene confiscato alla mafia. Che spiega come spesso si tratti di associazioni prive di mezzi sufficienti e isolate, senza collaborazione da parte delle istituzioni. Ma al danno si aggiunge la beffa, una beffa davvero dolorosa: tra i beni confiscati, “alcuni vengono poi occupati da parenti degli stessi mafiosi a cui sono stati tolti”.

 

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