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Unhcr Bangladesh

Bangladesh: la bomba Covid-19 nei campi rifugiati

Dal Bangladesh stava per arrivare una “bomba virale”, ha sostenuto l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato. In molti, infatti, stavano per raggiungere l’Italia con il Covid-19. E il rischio di far esplodere il numero dei casi. Ma nel Bangladesh c’è un’emergenza sanitaria ancora più grave, una vera bomba: quella dei rohingya, etnia di fede musulmana, ospitati nei campi rifugiati allestiti dell’Unhcr (l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati).

Il primo caso è stato rilevato a maggio. Da allora la situazione è diventata molto delicata, perché inevitabilmente ci sono contatti che favoriscono l’aumento dei contagi: gli spazi sono ristretti a Kutupalong, in quello che è il campo rifugiati più grande del mondo. L’Onu si è attivata per aumentare i test e consentire l’isolamento delle persone risultate infette. Ma il compito è alquanto improbo per ragioni evidenti: il distanziamento è complicato da praticare date le condizioni.

L’accusa di genocidio all’esercito del Myanmar

Il numero totale di rohingya rifugiati in Bangladesh è superiore a 900mila persone. Sono in gran parte scappate, nel 2017, dalla repressione in Myanmar, dove il regime militare ha perseguitato questa etnia. La vicenda ha gettato ombre anche su Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace, che però non ha mai preso le difese degli oppressi in questo caso. L’ex paladini dei diritti umani ha anzi attaccato la volontà della Corte internazionale di Giustizia dell’Aja di perseguire per “genocidio” i vertici miliari del Myanmar. Secondo la leader, infatti, il processo potrebbe innescare nuove violenze.Per questo motivo, già in passato, Aung San Suu Kyi  ha attirato su di sé le critiche e molti riconoscimenti le sono stati ritirati, compreso quello di ambasciatrice di Amnesty International.

La realtà, al di là della questione giudiziaria, è complicata. A Kutupalong vivono quasi un milione di rohingya: già nella normalità, le condizioni igienico-sanitarie sono al limite. L’Unhcr ha provato anche a dare sollievo alla struttura, allestendo un altro campo in un sito messo a disposizione dal governo nel sud-est del Bangladesh, decongestionando le strutture di Kutupalong e fornendo loro una casa dopo settimane di continui spostamenti. Ma si è trattato di un impatto relativo: sono state spostate circa 5mila rifugiati nell’area ribattezzata Kutupalong Extension. Un numero risibile rispetto al dato complessivo.

Migrazioni mai finite

Aung San Suu Kyi

Aung San Suu Kyi (© Claude Truong-Ngoc / Wikimedia Commons)

Peraltro, le migrazioni non sono affatto terminate. Appena pochi mesi fa c’è stato il salvataggio di quasi 400 rohingya, scappati dal Myanmar e salvati dalla guardia costiera bengalese. “In un momento in cui si teme che il Covid-19 possa colpire i campi profughi rohingya, caratterizzati da un’alta densità di popolazione ed esigue risorse, nella zona di Cox’s Bazar è altresì fondamentale che le autorità garantiscano ai rifugiati tratti in salvo la protezione dalla diffusione del virus ed eventuale assistenza medica, se necessaria”, ha affermato il direttore di Amnesty International per l’Asia meridionale, Biraj Patnaik.

“I rifugiati rohingya hanno già sofferto oltremodo. L’ultima cosa di cui hanno bisogno ora è che il virus si diffonda rapidamente nei precari e affollatissimi campi con servizi sanitari inadeguati”, ha aggiunto Patnaik.

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