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Suor Ann Myanmar

Arresti e vittime: in Myanmar le cose vanno sempre peggio

In Myanmar la situazione sui diritti umani va sempre peggio. Le proteste contro la giunta militare, responsabile di un colpo di Stato, vanno avanti. E la risposta del regime è sempre più violenta: la repressione ha portato, solo nelle ultime ore, alla morte di almeno 18 persone e all’arresto di centinaia di attivisti, scesi in piazza per chiedere libertà e democrazia.

Nemmeno la foto simbolo della suora inginocchiata di fronte agli uomini in divisa ha frenato la repressione dei vertici militari. Lo scatto ritrae suor Ann Nu Thawng, appartenente alla congregazione religiosa di San Francesco Saverio, ed è stato postato sui social dal cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon. In poche ore la foto si è trasformata nell’immagine simbolo delle manifestazioni per la democrazia (qui per leggere il punto di Impakter Italia della situazione nel Myanmar)

Violenza in varie città del Myanmar

Sempre il cardinale ha diffuso altre immagini, con parole eloquenti (qui sotto il tweet): “Questa non è la scena del film. Questa è la realtà oggi in Myanmar. La polizia ha usato gas lacrimogeni per dividere la folla in protesta. Sono giovani che combattono contro la dittatura militare più brutale. I giovani rischiano la vita per salvare altre vite”.

Secondo l’Alto commissariato per i diritti umani, la polizia e l’esercito hanno affrontato manifestanti pacifici, usando la forza in maniera sproporzionata. Le vittime sono state segnalate nella più grande città di Yangon, ma anche a Dawei, Mandalay, Myiek, Bago e Pokokku. “Secondo quanto riferito, i gas lacrimogeni sono stati impiegati in varie località, così come le granate stordenti”, ha dichiarato Ravina Shamdasani, portavoce dell’Ohchr.

Dalle Nazioni Unite seguono la vicenda con apprensione, anche perché l’ambasciatore del Paese all’Onu, Kyaw Moe Tun, è stato licenziato. La sua colpa? Ha raccontato la situazione, abbracciando la causa di Aung San Suu Kyi e del suo partito, Lnd, risultati vincitori alle ultime elezioni. Kyaw Moe Tun ha apertamente parlato di colpo di Stato, lanciando un appello a tutti gli Stati membri e all’Onu, affinché condannino e adottino “le misure più forti possibili per fermare gli atti violenti e brutali”. Il diplomatico ha denunciato, senza mezzi termini, le violenze compiute dalle forze di sicurezza contro manifestanti pacifici.

La violazione della Costituzione

Il quadro in Myanmar è “fragile e fluido”, ha riferito Christine Schraner Burgener, inviato speciale dell’Onu, secondo cui il movimento democratico in Myanmar è protagonista di “una lotta popolare senza armi”. Per questo motivo, secondo la funzionaria delle Nazioni Unite la comunità internazionale “non deve dare legittimità o riconoscimento al regime”.

Burgener ha così ribadito: “Non c’è giustificazione per le azioni dei militari, e dobbiamo continuare a chiedere l’inversione di questa situazione inammissibile, ricercando tutti i canali collettivi e bilaterali per ripristinare il percorso del Myanmar verso una riforma democratica”. Inoltre è stata evidenziata “l’emanazione di leggi draconiane che privano le persone dei loro diritti umani fondamentali, alcuni dei quali violano anche la loro stessa Costituzione”. Un cortocircuito gravissimo.

Giovani e professionisti arrestati

Gli esperti dei diritti umani, indicati dall’Onu per seguire la vicenda nel Myanmar, hanno confermato, qualora ce ne fosse bisogno, “la detenzione arbitraria e le molestie di coloro che esprimono il loro dissenso o organizzano e partecipano a proteste pacifiche, nonché i giornalisti che si occupano degli eventi”. Stando alle cifre ufficiali, la polizia ha arrestato almeno 85, tra professionisti e studenti, oltre a sette giornalisti, che erano presenti alle manifestazioni per documentarle.

Inoltre, circa mille persone sono state arbitrariamente arrestate e detenute nell’ultimo mese. Da qui l’avvertimento alla giunta militare e ai responsabili degli atti di repressione: “Saranno ritenuti responsabili dinanzi alle giurisdizioni internazionali”.

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