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Apartheid: 29 anni fa, l’inizio della fine

Il 2 febbraio 1990 il Primo ministro e capo di Stato sudafricano, Frederick Willem de Klerk (in foto insieme a Mandela), annuncia, nello stupore generale, l’intenzione del governo di porre fine all’apartheid e di avviare un processo di transizione istituzionale verso la democrazia, irrompendo così da protagonista nello scenario globale di fine secolo.

Gli occhi del mondo guardano Cape Town. Per la cosiddetta opinione pubblica mondiale si tratta della fine di un regime odioso, l’apartheid, in cui razzismo e segregazione razziale non solo sono riconosciuti dalla legge ma rappresentano addirittura dei cardini legislativi.

Per i sudafricani non bianchi significa la fine di tre secoli e mezzo di sottomissione, sfruttamento, privazione dei diritti politici e civili, repressione. La comunità bianca è divisa al suo interno in una maggioranza intimamente favorevole al cambiamento e una minoranza palesemente contraria; ma tra i favorevoli non mancano timori e incertezze.

Quando F.W. de Klerk si reca al Palazzo del Parlamento in Cape Town, per tenere il discorso inaugurale, il corteo presidenziale attraversa la capitale in una pace surreale. Tutto appare congelato: le timide aspettative di cambiamento dei pochi ottimisti, la disillusione e lo scetticismo dei più, l’urgenza di rivalsa e di riscatto della popolazione non bianca (circa l’83% del totale).

I governi e gli analisti politici internazionali realizzano di essere davanti a un evento epocale: l’ultimo atto della Guerra fredda nell’emisfero australe. La partita che si sta giocando a Cape Town è la stessa iniziata tre mesi prima a Berlino. In Sudafrica come in Europa, va in scena il più grande spettacolo di fine millennio: la fine dell’ordine mondiale figlio di Yalta.

Alle 11.15 il Presidente prende la parola. Poi l’annuncio che rompe il muro del suono della storia.

«Le misure decise sono le seguenti: la messa al bando dell’African National Congress, del Pan African Congress, del South African Communist Party, e di un certo numero di organizzazioni secondarie, è stata abolita. Coloro che sono stati condannati a pene carcerarie solo in quanto membri delle suddette organizzazioni, o per aver commesso reati derivanti esclusivamente dalla messa al bando di tali organizzazioni, saranno identificati e rilasciati […] Il governo ha preso la ferma decisione di rilasciare il signor Mandela senza condizioni».

Qui il link del video dell’annuncio:

Come uno schiaffo, le parole di F.W. de Klerk stordiscono i deputati. Poche voci d’approvazione fanno da coro a un esile applauso, coperto a sua volta da un più energico disappunto. Sdegno da destra e timida esultanza liberale si fronteggiano per pochi secondi, prima di ritirarsi entrambi in un silenzio collettivo. Sta accadendo davvero. Spaesamento e incredulità dominano l’assemblea, inchiodando agli scranni la rabbia dei contrari e l’approvazione dei favorevoli. L’estrema destra abbandona l’aula in segno di protesta.

La notizia filtra in tempo reale. L’effetto nel paese è come il crollo di una diga. Prima ancora che de Klerk abbia terminato il suo discorso, Cape Town è allagata da una folla straripante di gioia che riempie le piazze, le strade e il lungomare, cospargendo la città di nero, verde e oro, i colori fino a pochi minuti prima proibiti dell’ANC (African National Congress).

Un’euforia comprensibile ma prematura. Il cammino verso un nuovo Sudafrica sarà lungo e difficile. Ma il cambiamento è iniziato. Nove giorni dopo Nelson Mandela sarà liberato. Tra il 1990 e il 1991 l’apartheid verrà smantellata.

De Klerk e i suoi più stretti collaboratori hanno messo il parlamento, il proprio partito, le altre forze politiche, il Paese e il mondo davanti al fatto compiuto. È stato così che un’aula ammutolita ha accolto l’inizio, sobrio nei modi e brutale nel merito, della fine dell’apartheid.

 

Mauro Pasquini

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