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Anche in Sicilia c’è una Terra dei Fuochi?

Barbara Giangravè è una giornalista e scrittrice di Palermo. Dieci anni fa si è messa in testa di capire se anche nella sua Sicilia fossero rintracciabili zone simili alla Terra dei Fuochi in Campania. “La mia curiosità sui problemi ambientali siciliani è nata  – dice la Giangravè ad Impakter Italia – nel momento della mia tesi di laurea : “Cronaca di un depuratore mai realizzato: acqua, mafia, affari e politica” (che ha vinto un riconoscimento speciale al Premio Mario Francese del 2006,ndr) – a Palermo. Tre anni dopo,  durante una cena con amici questi hanno  cominciato a raccontarmi di una serie di persone morte improvvisamente ed altrettanto  repentinamente ammalate. Si trattava di persone di un paese della Sicilia  e di altri della stessa Provincia. Alla mia domanda di cosa fossero malati e morti mi hanno  detto  che si trattava di tumori vari“.

Strano?

Direi incredibile e sospetto per due motivi. Il primo che si tratta di una zona dove non ci sono industrie tipo i poli petrolchimici dell’isola. Il secondo motivo è che oltre gli anziani si tratta di gente giovane scomparsa dopo una malattia fulminante, un anno. Ed anche bambini. Cosa della quale ho trovato ulteriore conferma dopo una visita al cimitero, tra l’altro diventato ormai quasi un altro paese. Poi ho incontrato i parenti di alcune di queste persone scomparse ed ho partecipato a qualche funerale. A mezza bocca ha cominciato a venir fuori la storia di strani viaggi notturni di camion che intombavano fusti di ogni tipo nei terreni circostanti. La cosa aveva una sinistra assonanza con quanto era già stato scoperto  alle miniere di Pasquasia in provincia di Enna”.

Cosa ha fatto allora?

Domande. In giro per il paese, la zona, alle autorità, alle ASL. ottenendo una doppia reazione. Qualcuno tra la gente mi ha raccontato la storia del proprio caro. A qualcun altro è stato impedito di parlare con me. Curiosamente non è mai stata nominata la parola tumore, cancro quasi fosse uno stigma sociale da tenere nascosto. Le istituzioni – vorrei dire ma con rammarico, ovviamentehanno accampato mille e incredibili scuse per non darmi nessun sostegno. La più gettonata è stata quella della privacy. Come quando ho chiesto di sapere il numero di persone decedute di cancro nella zona in un determinato periodo tramite il codice 48 che identifica i malati oncologici. “C’è la privacy signorina!”. Ma io non ho mai chiesto i nomi, volevo i numeri.  Niente da fare“.

Barbara Giangravè

In tutto questo cosa c’entra Gioia Lantieri?

Lei è la protagonista del romanzo che ho scritto nel 2016 (Inerti ed.Autdafè pubblicato nel 2016, ndr )  attraverso il quale ho raccontato i miei anni di indagini ricostruendo fedelmente quello che ho visto e saputo. Gli inizi, le traversie, le sconfitte i successi parziali e alcune conclusioni. Come il fatto che i primi effetti dannosi di questa attività, si siano manifestati all’inizio del nuovo secolo.  Qui l’argomento è molto delicato quindi ho scelto di cambiare nomi e luoghi per poter essere libera di dire tutto o quasi…” (Un romanzo col quale l’autrice a vinto il Premio Augusta a Torino nel 2017 ma di cui non ha ancora ricevuto misteriosamente l’assegno di 10mila euro promesso, ndr)

E’ quel quasi che vuol dire?

Che non sappiamo con esattezza cosa è interrato nel sottosuolo della Sicilia. E perchè non lo sappiamo? La risposta me l’ha data il boss dei Casalesi, Carmine Schiavone, che ho intervistato un anno prima della sua morte. “Sapevo che tutti i clan, anche i mafiosi, facevano quel traffico all’epoca (fine anni ’70 primi anni ’80,ndr). Sapevo tramite amici mafiosi che anche lì stavano facendo questo schifo di cose. Ma noi eravamo in guerra con loro: eravamo vincenti in Campania e perdenti in Sicilia. Non sapevamo i particolari ma sapevamo che loro lo facevano addirittura da prima di noi. Mentre noi abbiamo cominciato alla fine degli anni ’80, loro lo facevano da un decennio. Già negli anni Settanta loro erano immischiati in questo business: dicevano che facevano affari con immondizia tossica e altro. Lo facevano sia attraverso navi che arrivavano, sia via terra. Era tutta una collusione tra affiliati, servizi segreti, Stato, mafia e immondizia. Dopo che inondarono il nord, inondarono pure il sud attraverso le varie organizzazioni mafiose. Quindi non solo la Campania, la Calabria, parte della Puglia, la Basilicata, ma anche la Sicilia. Le cave non si riempivano mai. Nella nostra zona, come in tutte le altre zone, furono utilizzati i lavori per realizzare grandi opere pubbliche per interrare i rifiuti”. Il fatto è che mentre Schiavone è sembrato pentito di questo massacro di innocenti- ma non del suo lavoro di killer – ed è diventato un collaboratore di giustizia, da noi questo non è successo. E’ terribile dirlo ma finchè non uscirà fuori un Tommaso Buscetta che ricostruisca questo malaffare noi siciliani non sapremo mai in che condizioni è il nostro ambiente, il nostro territorio. Il problema è che nelle zone sospette che vivono di turismo si mangia e si offre quello che si produce”.

Inerti – copertina

Cosa pensa ci sia sotto terra?

Credo si tratti di rifiuti tossici del petrolchimico ma anche di rifiuti ospedalieri del nord Italia. Attenzione c’è qualcosa più di un sospetto, qualche correlazione si può intrecciare. Naturalmente nei luoghi dove mi hanno portato non c’è nulla, “Vede!?”. In quelli dove avrei voluto cercare non mi è stato possibile farlo, ma qualche testimonianza c’è. Anche perchè da qualche anno qualcuno ha cominciato a ribellarsi non tanto per questioni economiche o ambientali ma per la preoccupazione per la salute. E’ attivo Comitato no-triv del Val di Noto che chiede che le risorse destinate alle trivellazioni vengano girate alla sanità. Per esempio ed in particolare in questo momento di emergenza coronavirus. Insomma, speriamo che le cose non peggiorino fino al punto di non ritorno”.

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