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Anche in Europa siamo “migranti”. Climatici

Che vuol dire “migranti climatici“? Ufficialmente non esiste una spiegazione, nemmeno legale per definire chi a causa di eventi climatici estremi è costretto ad abbandonare la sua casa, la sua Regione, molto spesso il proprio Paese. Non è una cosa recente, la Storia racconta di sfollamenti di massa accaduti da quando esiste l’uomo.

Ma negli ultimi dieci – quelli nei quali si è andata diffondendo appunto la frase di migranti climatici – il fenomeno ha assunto proporzioni clamorose alle quali assistiamo, non le leggiamo sui libri di storia. Ed ancor più facilmente attribuiamo la migrazione a causa dei cambiamenti del clima alle popolazioni di paesi e nazioni più povere come quelli africani o asiatici: l’invasione dei migranti ci piace recitare. Vero ma non verissimo.

Dal 2016 al 2019 il numero di eventi climatici estremi si è raddoppiato in Europa: furono 43 quattro anni fa, sono stato 100 nel 2019. E dopo tre mesi dall’inizio del 2020  nomi come Gloria, Brendan, Ciara e Dennis, hanno identificato eventi disastrosi che hanno provocato danni incalcolabili.

Tutti eventi –  come la tempesta Xynthia che nel febbraio del 2010 causò la morte di 29 persone a Faut sur le mer in Francia –   hanno provocato sfollamenti interni ai paesi che li hanno subiti o esterni nel senso che la gente ha abbandonato la terra di origine. Questi sfollati, migranti climatici europei sono stati oltre 700 mila negli ultimi 10 anni.

Ed anche qui non da paesi poveri o indietro con le infrastrutture o chissà che altro : Spagna, Portogallo, Francia, Germania, Bosnia Erzegovina e certo anche la Moldavia, il paese più povero d’Europa e quello che più soffre i cambiamenti del clima.

Un’ immagine della tempesta Xynthia che ha devastato Faut sur le Mer, Francia

Al Centro di monitoraggio degli spostamenti interni, IDMC, di Ginevra hanno milioni di dati su questo aspetto. E dicono : “Gli spostamenti dovuti a disastri naturali sono un fenomeno globale, i Paesi ad alto reddito come quelli europei non sono da meno“. E dall’ONU avvisano :”Raramente le persone fanno il collegamento con la crisi climatica, anche in quei casi – come una prolungata siccità, ad esempio – in cui gli impatti del clima spingono direttamente le persone a migrare”. Insomma nessuno, tantomeno in Europa si definisce un migrante climatico. Eppure.

L’esondazione della Sava, un affluente del Danubio, tra Bosnia e Corazia nel 2014; il già citato esempio francese, le alluvioni in Germania del 2013   (ma anche quelle del 2016 e 2018) i roghi che ogni anno colpiscono la Spagna e soprattutto il Portogallo – il paese europeo col più alto numero di incendi – hanno provocato lo spostamento di persone che o hanno perso tutto o non hanno avuto la forza economica e psicologica di ricominciare.

Il che porta ad un altro problema. Dove vanno i migranti climatici ? In genere chi si sposta dopo gli eventi climatici estremi rimane all’interno del proprio paese. Ma in larga parte cerca di raggiungere parenti o amici che vivono in un altro Stato. E c’è da considerare che le zone di campagna sono più esposte alla violenza dgli eventi rispetto alle città. Perché le attività economiche sono legate alla terra nelle zone rurali e queste vengono afflitte da inondazioni e siccità.

E le persone che vivono in queste zone nel 90 per cento dei casi non riescono a ricominciare quando una tempesta gli porta via la casa. Quindi chi vive in campagna tende a trasferirsi nelle città. Ma quelle europee non sono attrezzate per resistere agli eventi estremi e quindi anche ad accogliere questa massa di persone. Si pone la sfida per le città di attrezzarsi anche per questo perché come dice Gianmaria Sannino, responsabile del Laboratorio di Modellistica Climatica e Impatti dell’ENEA :”Statisticamente, quegli eventi che ora classifichiamo come estremi diventeranno sempre più frequenti. La definizione stessa di evento estremo non si potrà più applicare a quell’evento perché la frequenza sarà più alta, e diventerà quindi normale”.

Un incendio in Spagna

E’ difficile immaginare che un solo evento possa mettere in moto uno spostamento di massa. Il problema è che questi eventi si ripetono, in aree già colpite: allora sì che la gente esausta cerca di andare a vivere da un’altra parte. C’è poi la questione legale.

Nonostante eventi e migrazioni in Europa siano sotto gli occhi di tutti è quasi impossibile dimostrare la conseguenza “evento estremo – spostamento”. Corinne Lepage, ex ministro dell’ambiente francese, è uno degli avvocati specializzati in diritto dell’ecologia. Lei ha difeso l’associazione delle vittime della tempesta Xynthia, quando l’allora sindaco del paese fu citato per diversi reati e fu condannato –  in appello- o a due anni per omicidio colposo, anche se ha ottenuto la condizionale.

Quando sei esposto ad un prodotto chimico e ti viene il cancro – ha detto la Lepage in un’intervista –  farai fatica a dimostrare in tribunale che il tumore è stato prodotto dagli agenti chimici. Con il clima è, più o meno, la stessa cosa: anche se esiste una forte presunzione, è molto difficile dimostrare che dei fatti non sarebbero mai accaduti altrimenti“.

Nel campo della protezione delle persone colpite da eventi estremi il Vecchio Continente stenta molto.  L’Unione Africana ha adottato una Convenzione giuridicamente vincolante per la protezione e l’assistenza degli sfollati interni: è la Convenzione di Kampala, che asserisce che il cambiamento climatico può essere un disastro “provocato dall’uomo” e che può generare grandi migrazioni.

Nessun paese europeo – ad eccezione di Finlandia, Italia e Svezia – riconosce l’elemento climatico nel suo sistema di protezione”, afferma Jean-Christophe Dumont, capo della Divisione Internazionale delle Migrazioni per l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). “Questo rende molto difficile la creazione di un quadro giuridico comune a protezione delle “vittime del clima”.

Tempesta sulle coste del Portogallo

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