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Analfabeti funzionali in Italia: un problema molto serio, anche economico

Analfabeti funzionali. Passata l’emergenza Coronavirus bisognerà metterci mano sul serio in Italia. E magari durante la lunga quarantena alla quale siamo sottoposti per il nostro bene magari cominciare a pensare a come farlo.

“Scusa che vuol dire Tutto chiuso, tranne…?” la domanda di una persona, a proposito dei provvedimenti anticontagio a un amico che stupito gli ha risposto  “Beh a parte il fatto che dopo tranne c’è un elenco ma anche se non ci fosse, cosa non capisci di “tutto chiuso”?. Un esempio tra i tantissimi che si possono fare, ascoltando, guardando i social, le tv e sentendo parlare i politici. Specie in tempi di Coronavirus.

La persona in questione forse rientra negli “analfabeti funzionali”. Chi sono? Sintetizzando i caratteri distintivi dell’analfabeta funzionale potrebbero essere questi:

  • Incapacità di comprensione adeguata di testi pensati per una persona comune, come articoli di giornale, regolamenti o bollette;
  • Difficoltà nell’esecuzione di calcoli matematici semplici, come gli sconti in un negozio o la tenuta della contabilità casalinga;
  • Difficoltà nell’utilizzo degli strumenti informatici;
  • Conoscenza superficiale degli eventi storici, politici, scientifici, sociali ed economici.

Analfabeti funzionali in Italia: l’aula di una scuola

Analfabeta viene dal greco : ἀν- privativo e ἀλϕάβητος «alfabeto» chi non sa leggere e scrivere. Ed analfabeti non si nasce ma si diventa. Nel senso che nasciamo senza le competenze necessarie che ci vengono fornite durante la scuola e dai genitori nei primi anni di vita. Ma lo si può diventare nel corso della vita se tali competenze non vengono messe in pratica e possono essere perse anno dopo anno. Non è che si disimpara a leggere o scrivere ma non si capisce quel che si legge e si dicono cose con poco senso.

Un italiano su quattro soffre di questo problema, il 28% della popolazione quasi 20 milioni, e l’Italia è penultima in Europa per livello di competenze, quartultima su scala mondiale rispetto ai 33 paesi analizzati dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Incredibile nel Paese della cultura.

Ecco l’identikit dell’analfabeta funzionale italiano: over 55 anni, poco istruiti con professioni non qualificate e giovanissimi (i Neet di cui abbiamo scritto qui) a casa dei genitori senza lavorare né studiare. O vivono in case dove ci sono meno di 25 libri. Solo il 10 percento è disoccupato, fa lavori manuali e routinari, poco più della metà sono uomini e uno su tre degli analfabeti funzionali italiani è over 55. Tra i soggetti più colpiti le fasce culturalmente più deboli come i pensionati e le persone che svolgono un lavoro domestico non retribuito mentre, per quanto riguarda la distribuzione geografica, il sud e il nord ovest del Paese sono le regioni con le percentuali più alte. Queste sono le elaborazioni dell’Osservatorio Isfol.

Analfabeti funzionali in Italia: una libreria a parete

Dice Simona Mineo, ricercatore Inapp, l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche,  in un’intervista all’Espresso: “La famiglia, l’età, l’istruzione e il lavoro possono determinarne nell’arco della vita lo sviluppo ma anche la perdita delle capacità. E il tessuto italiano potrebbe addirittura aiutare la diffusione dell’analfabetismo funzionale. Tra i punti deboli del nostro Paese, infatti, l’abbandono scolastico precoce, i giovani che non lavorano o vivono condizioni di lavoro nero e precario, la mancanza di formazione sul lavoro ma anche la disaffezione alla cultura e all’istruzione, che caratterizza tutta la popolazione“.

Televisioni sempre più commerciali, con meno qualità ma sempre più invasive; giornali sempre più dediti al gossip e quindi con un linguaggio… da gossip; i cellulari che parlano per conto nostro e che per forza parlano in sintesi e per abbreviazioni di ogni genere; tagli continui alla cultura ed a tutto quello che serve a pensare e ragionare. Altri elementi che potrebbero aver contribuito a questa perdita di conoscenze. Perché l’immagine che ci viene offerta del mondo è artefatta e semplificata quindi chi non ha la fortuna di fare una professione intellettuale scientifica e tecnica rischia il baratro culturale.

Analfabeti funzionali in Italia: una sala del Museo Egizio di Torino @Pava

Eppure la Banca Mondiale ha pubblicato gli studi delle Universtà di Stanford e Monaco nei quali la conclusione era la stessa: “L’istruzione può alzare i redditi individuali e il livello di sviluppo di un’economia soprattutto attraverso l’accelerazione impressa al progresso tecnologico“.

Ma in Italia un po’ meno perché nel nostro Paese studiare è redditizio ma meno che in altri Paesi Ue ed Ocse: 8,6% contro l’8,8% della Ue, il 12,3% dell’Irlanda, l’11 del Regno Unito, il 10,3 della Finlandia. Una situazione che disincentiva gli investimenti in capitale umano. Sia chiaro: non è quanto si studia ma come lo si fa e  la qualità della formazione ricevuta. Stare sui banchi distratti o ascoltare per ore docenti non all’altezza non serve.

Secondo le indagini PISA (Programme for International Student Assessment) condotte dall’OCSE, la scuola italiana è infatti ampiamente incapace di fornire un’istruzione in linea con gli altri partner Ue, in ambiti essenziali come lettura, matematica, scienze e problem solving, la capacità cioè di risolvere i problemi. A proposito di problemi, come se ne esce?

Due ipotesi? Restituire il giusto valore alla famiglia ed alla scuola. È all’interno di queste due dimensioni che ogni persona si forma e trova anche l’allenamento giusto per non perdere le conoscenze acquisite. L’alleato più forte è senza dubbio, per tutti, è la lettura.