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al-Sisi

Diplomazia e affari: l’Italia non riesce a fare a meno dell’Egitto di al-Sisi

Un alleato sullo scacchiere geopolitico e un partner commerciale irrinunciabile. Con questi due semplici concetti è possibile riassumere la relazione tra Italia ed Egitto, argomento tornato alla ribalta della cronaca a causa della vendita di due navi della Marina militare italiane al governo guidato da Abdel Fattah al-Sisi. Stando a quanto emerso, l’operazione rientra in una grande commessa, che include la cessione di pattugliatori e alcuni caccia per un totale di circa 10 miliardi di euro. Insomma, sembra tutto rientrante nella sfera dell’industria bellica.

Tuttavia, la realpolitik si scontra con due casi ancora aperti: l’uccisione di Giulio Regeni, risalente al 2016 e mai chiarita dalle autorità egiziane, e la detenzione di Patrick Zaki, studente dell’Università di Bologna accusato di istigazione alla violenza. Di fronte a situazioni così delicate è difficile cavarsela con un richiamo alla ragion di Stato, economica e diplomatica. C’è, infatti, un’opinione pubblica a cui rispondere.

Giulio Regeni: una morte ancora senza verità

Striscione per Giulio Regeni al Comune di Torino

Del caso Regeni si è parlato molto. Ha tenuto sotto pressione vari governi, da Matteo Renzi a Giuseppe Conte, passando per Paolo Gentiloni. Di recente è stata anche avviata una commissione di inchiesta parlamentare, presieduta dal deputato di Leu Erasmo Palazzotto. Un passaggio istituzionale che era parso il preludio a un cambio di passo sulla questione. E invece sono trascorse settimane senza novità. La verità è ancora lontana e l’ipotetica collaborazione tra le istituzioni italiane ed egiziane resta lettera morta.

Il caso di Patrick Zaki

Il caso di Zaki è meno noto, ma non per questo meno rilevante. “Patrick Zaki è un ragazzo di 27 anni, uno studente e un ricercatore brillante, arrestato immotivatamente in un Paese in cui giornalisti liberi e attivisti vengono arrestati e chi contesta il regime può facilmente morire in carcere”, spiega Marco Vassalotti, autore di Voglio solo tornare a studiare, libro edito da People, che sta tenendo alta l’attenzione sul caso di Zaki.

Peraltro, il 27enne è un ragazzo asmatico con tutti i rischi per la sua salute: si trova in un carcere dove ci sono casi di Coronavirus. “Il governo italiano – osserva Vassalotti – dalla fine di febbraio aveva smesso di parlare del suo caso, mentre conduceva trattative per la vendita di armi con l’Egitto. Il suo nome non è stato nemmeno menzionato nel comunicato stampa di Palazzo Chigi sulla telefonata tra Conte e al-Sisi. Eppure l’impegno delle istituzioni italiane ed europee è la sua unica speranza per uscire di prigione”.

La copertina del libro su Patrick Zaki

Perché l’Italia evita strappi con l’Egitto

L’Egitto rappresenta un fattore stabilizzante nella regione nord-africana. Al-Sisi, in questo senso, si colloca nel solco di quanto fatto da Hosni Mubarak, che per trenta anni ha guidato il Paese. Una garanzia di laicità e soprattutto di prosieguo dei rapporti economici. L’Italia, in questo senso, ha un legame strettissimo. Dalla meccanica strumentale ai prodotti energetici, senza dimenticare la metallurgia e il settore dell’elettronica, le esportazioni italiane in Egitto hanno sfiorato i 3 miliardi di euro nel 2017, mentre nel 2019 si sono attestate poco sotto i 2 miliardi e mezzo.

Gli ultimi dati a disposizione evidenziano peraltro come l’Italia costituisca una delle principali mete turistiche europee degli egiziani. “Nel corso del 2016 sono stati rilasciati 9.462 visti per turismo con destinazione Italia”, si legge sull’apposita pagina del Ministero degli Affari Esteri. Anche sull’import gli scambi sono intensi: lo scorso anno in Italia sono arrivati merci dall’Egitto per un valore di quasi 2 miliardi di euro.

Al-Sisi e la gestione del potere

Una manifestazione a sostegno di al-Sisi

Una manifestazione a sostegno di al-Sisi

Ma come si è arrivati a questo punto? Abdel Fattah al-Sisi è diventato presidente in Egitto in seguito a un colpo di Stato. Durante le proteste del 2013, infatti, ha rovesciato l’allora capo di Stato Mohamed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani; asceso al potere grazie alla vittoria alle elezioni indette dopo le rivolte della Primavera araba. La crisi economica e le proteste di piazza avevano aumentato la tensione in quelle settimane. Così, il comandante delle Forze armate al-Sisi ha preso in mano la situazione, lanciando un ultimatum a Morsi. E intervenendo definitivamente il 3 luglio con l’ordine di arresto.

Da allora al-Sisi ha assunto i poteri ad interim fino alla nomina ufficiale, avvenuta con le elezioni del maggio 2014, vinte con quasi il 97% di voti, (il restante 3% è andato all’unico avversario, Hamdin Sabahi). Nei mesi precedenti le forze di polizia avevano avviato una serie di operazioni contro le organizzazioni politiche musulmane. Nel settembre 2013 i Fratelli Musulmani, a 85 anni dalla fondazione (datata 1928 su intuizione di Hasan al Banna) sono stati messi al bando: per loro è stato imposto il divieto di qualsiasi attività. Una strategia che non ha suscitato grosse opposizioni nelle cancellerie occidentali. L’Egitto viene visto come un baluardo di laicità in anni di preoccupazione riguardo alla crescita di forze jihadiste nell’area.

La repressione

Eppure le modalità di repressione del dissenso da parte di al-Sisi hanno sollevato qualche protesta. “Da quando il presidente al-Sisi ha preso il potere, la situazione dei diritti umani in Egitto ha conosciuto un deterioramento catastrofico e senza precedenti”, ha denunciato in una Magdalena Mughrabi, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord. In particolare sono state approvate norme che limitano “ulteriormente l’indipendenza del potere giudiziario” e   “imponendo soffocanti limitazioni nei confronti dei mezzi d’informazione, delle Ong, dei sindacati, dei partiti politici e dei gruppi e attivisti indipendenti“. Secondo i dati di Amnesty, solo tra il dicembre 2017 e il gennaio 2019, almeno 156 persone sono state arrestate per proteste pacifiche contro il presidente.

La Libia e il sostegno ad Haftar

Khalifa Haftar Libia

Khalifa Haftar

In politica estera al-Sisi ha compiuto anche scelte non in linea con gli alleati europei. In Libia, insieme alla Russia di Vladimir Putin, appoggia tuttora il generale Khalifa Haftar, reduce da pesanti sconfitte militari (come spiegato in questo articolo). Eppure, l’Italia e gli altri Paesi occidentali ufficialmente si sono sempre schierati con il Governo di accordo nazionale, guidato da al-Serraj. Una delle tante anomalie che sono state perdonate al presidente egiziano, che con questa scelta ha provato ad accrescere la propria sfera di influenza, sfruttando il “vuoto” intorno la guerra civile in Libia.

Il numero uno del Cairo voleva fare di Haftar una sorta di al-Sisi libico, puntando sul principio di laicità contrapposta all’islamizzazione inevitabile che avverrà con il sopravvento preso da Recep Tayyip Erdogan.

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