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Ahmed Samir, in Egitto un altro caso Zaki

Un altro caso Zaki, una vicenda che conferma la strategia di colpire giovani impegnati nel lavoro di ricerca. E di diffusione di cultura sostenibile. Ancora una volta l’Egitto di al-Sisi prende di mira un ricercatore, Ahmed Samir, incarcerandolo in spregio dei diritti umani. Un problema ben noto in Italia, visto quanto avvenuto con l’uccisione di Giulio Regeni, su cui continua a esserci un approccio quantomeno reticente dalle autorità egiziane. 

La vicenda di Ahmed Samir Santawy, 29 anni, studente di master e ricercatore della Central European University (Austria), è la riproposizione di quanto sta accadendo a Zaki, studente dell’università di Bologna. La “colpa” di Ahmed Samir è probabilmente quello di portare avanti una ricerca che si concentra sui diritti delle donne in Egitto. Un tema inaccettabile per il governo egiziano, che pure è previsto dagli Sdgs delle Nazioni Unite.

Così la mobilitazione ha riguardato il mondo della ricerca: oltre 350 docenti, in tutto il mondo, hanno firmato una petizione per condannare l’incarcerazione del ricercatore. Dall’Università di Johannesburg a quella di Boston, passando per vari atenei europei, l’eco della violazione dei diritti umani ha scosso gli studiosi. Anche in Italia molti hanno sottoscritto il documento di protesta, tra cui gli antropologi Francesco Pompeo e Michela Fusaschi (Roma 3), il docente di filosofia di Milano, Luca Guzzardi.

Patrick Zaki

Patrick Zaki

La denuncia degli attivisti

“È chiaro che l’Egitto continua a commettere gravi violazioni dei diritti umani contro ricercatori e attivisti che studiano o risiedono in Europa. Patrick Zaki e Giulio Regeni sono solo la punta dell’iceberg. Nonostante ciò, l’Italia continua a mantenere relazioni con l’Egitto, dimostrando chiaramente che i diritti umani non sono una priorità”, dice a Impakter Italia Rawda, un attivista egiziano. “Regeni – aggiunge Rawda – è stato torturato e ucciso dalla polizia egiziana e non è più qui con noi. Ahmed e Patrick sono ancora qui, anche se rinchiusi in prigione. Ma se il governo italiano continua a tacere sulle violazioni dei diritti umani in Egitto, non c’è alcuna garanzia che Ahmed e Patrick non possano diventare un altro Regeni. Il silenzio qui è complicità”.

Ma come si sono svolti i fatti? Ahmed Samir è stato arrestato dalle autorità egiziane, al Cairo, lo scorso 1 febbraio: era tornato in Egitto per una a visita a casa. Ufficialmente non c’è alcun riferimento al suo lavoro da ricercatore. Anzi le ipotesi di accusa sono quella di “aderire a un’organizzazione terroristica”, “finanziare un’organizzazione terroristica” e “diffondere false notizie sui social media”. Tuttavia, non ci sono prove della sua eventuale condotta criminosa. Resta il fatto che si trova in carcerazione preventiva, proprio come Zaki.

E come per lo studente dell’Università di Bologna, la detenzione è stata “estesa tre volte senza rappresentanza legale”, spiegano i promotori della campagna internazionale che chiedono la liberazione del ragazzo. “Il caso mostra allarmanti similarità con quelli di altri ricercatori e studenti internazionali perseguitati e ingiustamente imprigionati dalle autorità egiziane”, si legge in un documento degli attivisti.

Ahmed Samir

La mobilitazione internazionale per Ahmed Samir

Il caso ha mobilitato Amnesty International, che ha avviato una petizione per chiedere il rilascio immediato di Ahmed Sami: lo scopo è di sensibilizzare l’opinione pubblica occidentale. Qualcosa, in tal senso, si sta muovendo: il prossimo 10 aprile ci sarà una manifestazione di protesta. In varie città, da Vienna a Berlino, da Gand a Budapest, così come a Malmö e Salisburgo, ci saranno iniziative, anche nei luoghi pubblici laddove le norme anti-Covid lo consentono.

La mobilitazione si sta espandendo anche al di fuori dell’Europa, comprendendo attivisti impegnati a Tunisi e Beirut. Laddove le normative anti-Covid permettono la presenza fisica, le proteste si svolgeranno in luoghi pubblici nelle rispettive città. In precedenza sono state organizzate delle proteste per Ahmed a febbraio a Vienna e a marzo a Bruxelles e Berlino. E anche in Italia c’è la volontà di portare avanti, nei modi possibili, una mobilitazione.

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