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Agricoltura sostenibile contro la deforestazione selvaggia

Agricoltura sostenibile unica risposta alla deforestazione selvaggia. Entro il 2050, circa 50 milioni di ettari di foresta andranno distrutti per fare spazio alla produzione industriale di materie prime. Una superficie pari a quella della Spagna. L’agricoltura industriale è responsabile dell’80% della deforestazione selvaggia. Ecco spiegato bene cosa si può fare a riguardo.

Agricoltura sostenibile, un rimedio redditizio

Come opporsi a questo consumo insensato delle aree verdi del pianeta? La risposta è nell’adozione di un nuovo modello di produzione. Un’indicazione viene dagli USA, dove sempre più investitori stanno guardando all’agricoltura sostenibile come all’unica via d’uscita dalla deforestazione selvaggia. Investendo nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica, molti produttori dispongono ora di tecniche raffinate ma efficaci, atte a massimizzare la produttività e ridurre al minimo il consumo. In questo modo è possibile ridurre i passaggi e della catena di produzione di materie prime alimentari, e più in generale perfezionare l’intero processo. In questi termini, l’agricoltura sostenibile non solo un è toccasana per l’ambiente, ma anche un’attività redditizia.

Le campagne di sensibilizzazione hanno aperto uno spiraglio

Si tratta però di primi passi, per quanto preziosi. Quello che sta avvenendo attorno all’agricoltura sostenibile è per molti versi qualcosa di ancora pionieristico. I grandi investitori hanno aperto una finestra sul tema. Ed è già moltissimo rispetto al rigetto totale degli anni scorsi. Merito delle campagne di sensibilizzazione svolte a livello planetario da realtà ambientaliste e gruppi di pressione attenti allo sviluppo sostenibile. L’ONU, con la sua agenda 2030, ha certamente dato un massiccio impulso alla sensibilizzazione, oltre ad aver segnato la strada lungo la quale muoversi.

Ma la strada è ancora molto lunga e in salita

Ma complessivamente, i fondi investiti restano insufficienti. Il risultato è che la maggior parte delle banche concedono prestiti equi solo al 20% degli agricoltori con sufficiente equità. Il restante 80% di questi si trova in uno stato di asfissia finanziaria e necessita di assistenza per non chiudere i battenti. Il punto è che in anche questo settore, la mancanza di mezzi finanziari e di appoggi politici non consente né di attuare politiche ad hoc di lungo respiro o su larga scala, né di sconfiggere i pregiudizi pompati ad arte da quanti per interesse si oppongono al cambiamento. Uno su tutti: il mantra secondo il quale l’agricoltura industriale è l’unico modo per sostenere una popolazione di oltre 7 miliardi di persone.

Necessario comprendere i benefici dell’agricoltura sostenibile

Sia gli agricoltori che gli investitori traggono vantaggio dalla transizione da un modello di produzione industriale verso l’agricoltura sostenibile. Gli agricoltori hanno la libertà di apportare miglioramenti alle fasi della produzione, riducendo gli sprechi e limitando il consumo di risorse. Saranno più preparati a gestire eventuali situazioni di crisi dovute ai cambiamenti climatici, quali ad esempio la siccità. Questo significa non solo non sprecare, ma anche e soprattutto non disperdere profitto. Dal canto loro invece, gli investitori dispongono di due opzioni principali per il ritorno degli investimenti. Sul breve termine, traggono vantaggio dalla crescente domanda dei consumatori di prodotti naturali. Sul lungo termine, il vantaggio deriva dal miglioramento degli asset derivante dalla conversione dal modello produttivo industriale a quello sostenibile. Ma come abbiamo detto, sul lungo termine. Infatti, se i prodotti dell’agricoltura sostenibile hanno già un loro mercato molto bene avviato, la creazione di un sistema virtuoso richiede scelte drastiche, coraggiose e lungimiranti. Non bastano le buone intenzione e la voglia di stare all’aperto. Ci vogliono tanti soldi e possenti “muscoli politici”.

Mauro Pasquini

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