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Agricoltura cellulare: la biotecnologia al servizio della sostenibilità

Agricoltura cellulare: ecco come la biotecnologia può aiutare a ridurre le emissioni globali di CO2 prodotte dagli allevamenti intensivi.

L’alternativa biotecnologica agli allevamenti intensivi

In un precedente articolo avevamo raccontato come “ad oggi vengono prodotte e immesse sul mercato circa 72 milioni di tonnellate di carne bovina all’anno. Dovete pensare a una massa di carne molto ricca di carbonio, avente un peso pari a circa 12,5 volte quello della Piramide di Giza”. Ora, pensiamo al fatto che “l’attività biologica quotidiana di una mucca, mentre bruca il pascolo o rumina all’ombra di un albero, produce l‘emissione di circa 70-120 kg di metano ogni anno”. Solo con questi due dati, anche senza fare complicati calcoli scientifici, è facile intuire quale mole di inquinamento atmosferico venga prodotto a livello globale dagli allevamenti intensivi.

 

In risposta a questa attività antropica, insostenibile dal punto di vista ambientale, sono state ipotizzate e in parte poste in essere diverse possibili alternative. Tra queste, un’alternativa particolarmente innovativa è sicuramente l’agricoltura cellulare. In primis, perché è basata sull’applicazione avanzata delle biotecnologie. E poi, perché i prodotti di questo approccio rappresentano delle assolute novità dal punto di vista alimentare. Delle vere e proprie “stranezze” culinarie. Un esempio su tutti: il latte derivato dai funghi.

Latte “di fungo”: una stranezza dell’agricoltura cellulare

Perumal Gandhi e il suo collega bioingegnere Ryan Pandya, sono i fondatori di Perfect Day, una start up con sede in India e una succursale in California, attiva nella produzione alimentare mediante impiego della biotecnologia. Nel caso specifico del loro latte davvero particolare, forniscono ai funghi sequenze genetiche utilizzate dalle mucche per produrre determinate proteine ​​del latte, come le proteine ​​del siero di latte.

Invece di prelevare il DNA da una mucca, usano geni già decodificati per le proteine ​​del latte e inseriscono quei geni nei funghi. Mediante una normale fermentazione, i funghi producono le proteine. Il prodotto così ottenuto può essere utilizzato per creare un liquido con proprietà simili al latte animale, oppure per realizzare gelati o formaggi cremosi. Il tutto senza utilizzo di animali. Non c’è dubbio che un eventuale utilizzo di questi prodotti su larga scala  comporterebbe un crollo vertiginoso delle emissioni di gas serra a livello globale. Meno sicuro è quanto entusiasmo possano creare questo tipo di novità in ambito culinario. E soprattutto, con quale durata nel tempo. Ma qui si entra nel campo del gusto. E siccome il gusto è in buona parte un fatto culturale, pensare precocemente ad eventuali limiti di appeal di questi prodotti è un esercizio assai vano. E come ci insegna la storia, spesso perdente.

Il bestiame da solo rappresenta circa il 14,5% delle emissioni globali di gas serra. L’industria alimentare nel suo insieme rappresenta un terzo delle nostre emissioni di carbonio. Mettere il cibo in bocca a miliardi di persone ogni giorno è un compito monumentale e probabilmente diventerà ancora più grande con l’aumento della popolazione umana. Dalla deforestazione al trasporto, dalla gestione dei rifiuti allo stoccaggio del cibo, ogni fase della catena alimentare porta con sé un’elevata impronta di carbonio. Largo dunque alla creatività!

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