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Afghanistan, tra guerra e fame: 10 milioni in condizioni gravi

Guerra e fame. L’Afghanistan, ancora oggi, è la descrizione di un incubo. Ed è per questo una priorità per gli organismi internazionali. Perché il raggiungimento degli Sdgs, gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Onu, non possono ignorare la situazione afghana. Negli ultimi tre mesi, da agosto a settembre, un terzo della popolazione ha chiesto azioni umanitarie: oltre 10 milioni di persone vivono infatti in una “condizione di insicurezza acuta”, ha rilevato l’Ipc, l’organismo che unisce varie agenzie delle Nazioni Unite e organizzazioni attive sui diritti umani. Nel dettaglio: oltre 7 milioni sono in una condizione di crisi, mentre quasi 2 milioni e mezzo di persone vivono in situazione definita di “emergenza”.  Quella a un passo dalla “carestia”, nella scala di valori elaborata dagli esperti.

I fattori che incidono sulla crisi sono principalmente tre: il conflitto (che non è mai cessato), la disoccupazione e il costo della vita. “Una mancanza di opportunità nel mercato del lavoro potrebbe ulteriormente influire sul sostentamento dei gruppi vulnerabili”, si legge nel rapporto in un futuro. Stesso discorso vale per “il clima politico incerto e la situazione della sicurezza, con il risultato delle elezioni che incidono sulle prospettive; i prezzi dei prodotti alimentari, che potrebbero aumentare nei mesi invernali; e gli eventi meteorologici estremi, come siccità e inondazioni”, prosegue il dossier. Insomma, serve un’azione incisiva in grado di mettere al centro i punti degli Sdgs: solo con questo impegno è immaginabile ottenere dei miglioramenti delle condizioni di vita.

Il raffronto della situazione in Afghanistan

Qual è la situazione in Afghanistan?

L’Afghanistan è tornato al voto a fine settembre per eleggere il nuovo presidente. Dopo due rinvii, infatti, la consultazione si è svolta in un clima di grande tensione. Il continuo slittamento dell’annuncio dei risultati conferma un quadro piuttosto complicato. Se da un lato i talebani sembrano diventati interlocutori, dall’altra gli scontri nel Paese continuano a dilagare. Gli ultimi dati delle Nazioni Unite non lasciano adito a dubbi: nei primi nove mesi del 2019 le violenze hanno colpito oltre 8mila civili, di cui 2.563 uccisi e oltre 5.500 feriti. Un drammatico conteggio che trova una preoccupante conferma dal governo di Kabul: secondo i dati del ministero della Sanità afghano, dal settembre 2018 al settembre 2019 sono state uccise 3.300 persone, mentre i feriti sono stati quasi 15mila.

Il quadro della situazione in Afghanistan

Gli attentati dei talebani, organizzati dalle fazioni più ostili al dialogo con l’esecutivo, sono quasi all’ordine del giorno, colpendo spesso varie zone della Capitale. Ma anche gli attacchi delle forze governative mietono vittime, soprattutto nelle zone rurali controllate dai jihadisti: l’obiettivo di riprendere il possesso di quelle aree causa decine di morti. Il governo ha comunque cercato di fornire una spiegazione: “Ogni volta che i civili vengono colpiti da un errore delle forze di sicurezza, investighiamo sull’incidente e coloro che sono stati negligenti subiscono gravi punizioni”, ha dichiarato Nusrat Rahimi, portavoce del ministero dell’Interno. Uno scenario del genere non favorisce di certo un percorso verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile.

Cosa fare per l’Afghanistan

L’Ipc ha quindi indicato come muoversi per provare a risollevare la situazione del Paese. Prima di tutto è necessario “fornire assistenza alimentare umanitaria, in denaro o in natura, oltre ad aiutare gli agricoltori a ottenere semi di qualità per la prossima stagione”, evidenzia il rapporto, chiedendo un migliore sistema di irrigazione per evitare la dispersione dell’acqua. In molti casi manca, peraltro, la possibilità di seminare da parte degli agricoltori.

Ma non basta solo questo supporto: per l’Ipc occorre un impegno politico e diplomatico per risolvere i conflitti. Bisogna “tenere presente il complesso contesto della composizione etnica dell’Afghanistan, del terreno accidentato e dei ‘disordini civili inesorabili’, che dovrebbero essere presi in considerazione quando si sviluppano strategie per migliorare la sicurezza alimentare e i mezzi di sussistenza”. C’è un ulteriore spunto di riflessione proposto nella ricerca: il contrasto ai cambiamenti climatici è un fattore stabilizzante per il progresso del Paese. Perché scongiurare alluvioni o siccità evita quell’effetto domino di lotta al sopravvivenza.

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