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Dall’11 settembre a oggi, i talebani sono interlocutori di pace

Pensiamo all’11 settembre 2001. A quello che è conseguito con la guerra in Afghanistan, all’abbattimento del regime talebano, all’epoca guidato dal mullah Omar (nella foto di copertina), sodale dell’allora numero uno di Al Qaeda, Osama Bin Laden. E ora vediamo quel che sta accadendo in questi giorni, nel settembre 2019, a 18 anni dall’attacco alle Torri Gemelle e al conflitto afghano: sempre i talebani, seppure senza più gli stessi leader, sono possibili interlocutori degli Stati Uniti per il processo di pace. Certo, il presidente degli Usa, Donald Trump, ha detto che è tutto saltato dopo gli attacchi avvenuti a Kabul il 3 e il 5 settembre. Ma è già una notizia di grande rilievo che il dialogo sia in corso. E non da ora.

Donald Trump (Foto Michael Vadon)

I talebani dopo il 2001

La guerra in Afghanistan ha chiaramente cambiato la natura dei talebani, che hanno perso la capitale Kabul, finendo per essere respinti nelle zone più tribali. Proprio in quelle aree impervie, però, hanno potuto godere del sostegno delle tribù locali, che li hanno protetti. Un fattore fondamentale è sicuramente la difficoltà di accesso in quei villaggi. Di fatto i talebani non sono mai spariti dal Paese. Negli anni hanno organizzato una serie di attacchi terroristici prendendo di mira le truppe afghane. Nel 2003, in particolare, i guerriglieri islamisti avevano preparato una controffensiva, colpendo a ripetizion le truppe dell’esercito governativo.

Militari impegnati in un’operazione in Afghanistan

Fino al 2005 lo spargimento di sangue è stato notevole, tanto da costringere la Nato a nuova offensiva nel 2006. I Royal Marines britannici, nel 2007, sono stati protagonisti di una maxi operazione militare nella provincia meridionale di Helmand, considerata la roccaforte talebana. Quell’intervento, molto pesante anche a causa del coinvolgimento di civili, ha rappresentato un duro colpo per gli islamisti, che hanno però saputo riorganizzarsi anche in questa occasione. Il complicato cammino verso la democrazia in Afghanistan ha infatti favorito i talebani che negli anni successivi hanno ripreso la loro avanzata, conquistando ampie fasce di territorio. Secondo gli analisi oggi controllano quasi la metà del Paese: per questo motivo gli Usa hanno cercato di instaurare un dialogo per raggiungere una pace duratura.

Chi è l’attuale leader dei talebani

Dopo la morte del Mullah Omar, avvenuta per cause naturali, il comando dell’ala militare dei talebani era stato assunto, nel 2015, da Akthar Mansour, ucciso qualche mese dopo, nel maggio del 2016, nel corso di un attacco statunitense: una bomba sganciata da un drone distrusse il convoglio del numero uno dell’organizzazione. Al suo posto è stato nominato l’attuale leader, il 58enne Hibatullah Akhundzada, dopo una disputa interna. Il ruolo di Hibatullah Akhundzada è stato sempre di primo piano, stando alla ricostruzione fatta dalle intelligence occidentali. Prima è stato all’interno corte militare dei talebani a Kandahar e poi a capo della corte militare nella provincia orientale di Nangarhar. Durante il regime degli islamisti ha scalato altre posizioni, fino a diventare vice capo della Corte Suprema.

L’attuale leader dei talebani Hibatullah Akhundzada

Dopo la guerra del 2001 è stato indicato come capo del consiglio degli studiosi religiosi del gruppo. Insomma, un profilo in linea con i suoi predecessori. Tuttavia, al fianco dei combattenti si è sviluppata una fazione più pragmatic,a orientata al confronto con gli Stati Uniti per trovare un accordo con il governo di Kabul. I ripetuti attentati, però, confermano che una buona parte dei talebani non prende in considerazione queste ipotesi. E gli attacchi minano la possibilità di concreti passi in avanti, al di là dei buoni intenti dichiarati.

La pace è possibile in Afghanistan?

La situazione è quindi precipitata proprio in quelle che sembravano le ore decisive. La Casa Bianca aveva organizzato degli incontri segreti per siglare la storica intesa con i talebani. Non è un mistero, infatti, che Trump voglia ritirare le truppe dall’Afghanistan prima delle elezioni Presidenziali statunitensi del 2020: un risultato da sbandierare in campagna elettorale. Ma la trattativa, come è stato visto, è tutt’altro che agevole. Anche perché dal governo di Kabul i negoziati sono interpretati come un pericolo: il rischio di ritrovarsi a breve di nuovo i talebani al potere.

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