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Soldato Afghanistan

Afghanistan: per la prima volta si parla di pace

Un’occasione storica, al di là di ogni retorica, che può scrivere la parola fine sulla guerra in Afghanistan. Che, lontano dai riflettori mediatici, continua a uccidere, causando povertà e costringendo decine di migliaia di persone a lasciare il Paese. Una situazione difficile, che ha sancito il sostanziale fallimento delle diplomazie occidentali, diventando il Vietnam degli anni Duemila (come raccontato in questo articolo di Impakter Italia). I colloqui di pace tra governo e talebani, iniziati in Qatar nello scorso fine settimana, sono visti come un momento fondamentale: le Nazioni Unite sperano che si riveli definitivo. Perché la fine degli scontri sarebbe un grande passo in avanti per avviare un percorso di sviluppo sostenibile.

Per ora l’obiettivo minimo è quello di un cessate-il-fuoco per creare un clima meno violento e favorire le possibilità di confronto. Al tavolo delle trattative hanno accettato di esserci quei leader talebani, a capo dell’ala politica. Bisogna considerare, infatti, che resta il problema della fascia ancora legata al terrorismo, tuttora ostile alla possibilità di un accordo con le autorità di Kabul. E soprattutto i gruppi rimasti fedeli ad Al Qaeda, insieme a quelli che hanno giurato fedeltà all’Isis. Da parte loro c’è il totale rifiuto di qualsiasi dialogo.

Afghanistan: la novità del confronto

Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres (Credits foto: https://www.flickr.com/photos/us-mission/7704332996/)

Resta comunque significativo che vari leader talebani abbiano preso in considerazione il confronto con gli avversari. E questa volta c’è un attore molto potente e molto interessato all’accordo: gli Usa guidati dal presidente Donald Trump. In campagna elettorale il numero uno della Casa Bianca vuole sventolare all’opinione pubblica un grande successo: l’abbandono dell’Afghanistan, grazie all’intesa delle parti in causa. La precondizione è stata la liberazione di alcuni prigionieri talebani e la garanzia statunitense di lasciare l’Afghanistan dopo un eventuale accordo. Washington punta su un altro aspetto essenziale: il sostegno economico per guidare l’effettivo rilancio del Paese.

Lo sforzo, al di là degli interessi elettorali di Trump e della sua amministrazione, riguarda in gran parte l’Onu. “Con le continue sfide sanitarie ed economiche poste dal Covid-19, povertà e disastri naturali, una pausa umanitaria ai combattimenti consentirebbe un sostegno umanitario fondamentale”, ha spiegato il capo della missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama), Deborah Lyons. L’intento resta quello di “raggiungere i milioni di persone che necessitano di assistenza in tutte le aree del paese, oltre a fornire un’apertura agli afgani per iniziare a ricostruire le loro vite e avere mezzi di sussistenza per dare speranza ai loro figli”, ha ribadito Lyons.

Un compromesso tutt’altro che facile

Foto di Amber Clay da Pixabay

“Gli afghani devono determinare il contenuto e la natura dei negoziati”, ha affermato il segretario generazione Antonio Guterres, spiegando il quadro più generale entro cui è iniziato il confronto. Il progetto è quello di “un processo di pace inclusivo, in cui le donne, i giovani e le vittime dei conflitti siano rappresentati in modo significativo. Per offrire la migliore speranza di una soluzione sostenibile”.

L’individuazione di un compromesso non è affatto scontato. Anzi. I nodi da sciogliere sono numerosi. A cominciare dal rispetto dei diritti delle donne: un punto su cui i talebani devono accettare un cambio radicale della loro cultura. “Tutti devono fare la loro parte per garantire che le donne partecipino a una varietà di ruoli”, ha scandito Guterres. “Il processo di pace rifletta le esperienze e le competenze delle donne afghane in tutta la loro diversità”, ha aggiunto fissando precisi paletti. L’impresa non si annuncia di sicuro la più semplice.

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