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Afghanistan: la pace che terrorizza le donne

La  guerra in Afghanistan sembra volgere al termine. Il negoziato Usa-Talebani ha registrato “significativi progressi”. Questo il bilancio dei sei giorni di colloqui avvenuti a Doha, capitale del Qatar, fra emissari USA e una delegazione talebana guidata da Mullah Abdul Ghani Baradar. Sarebbe stato raggiunto un accordo per la definizione di una roadmap per giungere al termine della guerra che perdura ormai da 17 anni. Gli Americani lascerebbero il Paese e il governo talebano si impegna a non consentire ad al Qa’ida e all’ISIS di continuare a fare dell’ Afghanistan la loro base operativa per la guerra all’Occidente.

Dunque, gli Americani sarebbero in procinto di ritirarsi. Nell’euforia generale che pervade il Paese c’è però una parte della popolazione che piomba nel terrore: le donne afgane, in modo particolare quelle emancipate o anche solo munite di istruzione. Temono di essere lasciate alla mercé dei talebani. Loro, infatti, per i Talebani non meno che dei terroristi, sono un morbo da debellare. Per queste donne c’è il rischio che la fine dei combattimenti coincida con la ripresa di una violenza mirata, benedetta dal governo “pacificatore” e sepolta sotto la ragion di stato internazionale.

“Non vogliamo essere vittime del processo di pace con i talebani”, ha detto Laila Haidari. Laila è una donna d’affari, una figura femminile impensabile ai tempi del regime dei Talebani. La paura è quella di essere alla vigilia di un tragico ritorno al passato. E i precedenti non fanno ben sperare. Ventidue anni fa, quando i Talebani salirono al potere, le donne afgane furono abbandonate a loro stesse. Diventarono vittime senza voce del fondamentalismo religioso. La polizia religiosa fece piazza pulita dei diritti e della dignità delle donne. Niente lavoro, nessuna forma di istruzione e nemmeno il diritto a una vera assistenza sanitaria. Le strade e le case si riempirono di fantasmi, figure coperte integralmente dal burqa. Ogni deviazione dalla legge, vera o presunta non importava, veniva repressa con ferocia: frustate, lapidazioni, omicidi in strada, con il tifo acceso degli stessi familiari.

La pacificazione della regione è certamente un grande risultato. Ma resta l’obbligo morale dell’Occidente di vigilare. Perché non c’è vera pacificazione dove la vita è considerata e trattata come carne da macello.

Mauro Pasquini

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