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Militari Usa in Afghanistan

Afghanistan, il Vietnam degli anni Duemila

Un Vietnam degli anni Duemila. Non ci sono altri modi per definirlo: per gli Stati Uniti l’Afghanistan è destinato a essere ricordato così, come una lunga e sanguinosa guerra, che non è mai stata vinta, nonostante un impegno militare imponente. È stato solo pagato un pesante tributo di sangue, che ora terminerà con il più che probabile ritiro delle truppe. Certo, il primissimo obiettivo è stato centrato in breve tempo, in pochi mesi: l’abbattimento del regime dei talebani con la conseguente cacciata del leader, il mullah Omar, e la fuga dell’allora numero uno di Al Qaeda, Osama Bin Laden.

Il Mullah Omar

Vittoria di facciata

Ma è stato un passaggio parziale, solo un momento simbolico per rispondere gli attacchi dell’11 settembre. Peraltro è stato un risultato raggiunto grazie all’apporto degli oppositori del governo talebano, che sul campo si sono battuti contro gli islamisti con il supporto dell’aviazione di Washington. Per il resto, dal 2001 a oggi, gli statunitensi hanno dovuto sempre aggiornare il conteggio dei caduti in un conflitto (qui il link al sito del Dipartimento della Difesa) di cui oggi si fa fatica a comprendere il senso. E che anche la Storia giudicherà come un grande fallimento che ha coinvolto tre presidenti: George W. Bush, Barack Obama e Donald Trump. Leader diversi impelagati nello stesso pantano.

Proprio come il Vietnam, dunque, l’Afghanistan ha avuto un pesante bilancio di vite umane: migliaia di militari uccisi e decine di migliaia feriti. Così la Casa Bianca ha dovuto prevedere un ritiro delle truppe senza aver realmente ottenuto i risultati sperati. Il processo democratico a Kabul resta infatti un progetto scritto sulla sabbia, i diritti umano sono una chimera, la parità di genere un sogno lontano. Le ultime elezioni presidenziali sono state la conferma della difficoltà del Paese ad avviare un percorso di pacificazione e di almeno minima stabilizzazione.

Barack Obama

La scarsa affluenza e la generale sfiducia non sono un inno all’ottimismo per il futuro. Il tentativo di “normalizzare” i talebani ha avuto esiti alterni, riuscendo a stabilire un contatto soltanto con le fazioni più politiche degli eredi del mullah Omar. Ma nei fatti gli attacchi terroristici non sono mai terminati: sono state condotte centinaia operazioni omicide che hanno preso di mira le truppe a stelle e strisce, oltre che la polizia governativa.

Afghanistan: un disimpegno elettorale

Cosa resta dunque della guerra in Afghanistan? La missione che doveva portare la libertà duratura, l’Enduring freedom, è un peso da cui Trump vuole alleggerirsi in vista delle prossime Presidenziali. Da commander in chief tenta di andare oltre, non certo per amore di pacifismo ma solo per evitare che altre vittime possano arrivare nel pieno della campagna elettorale, causandogli danni di immagine. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha sempre promesso un disimpegno dalla palude afghana, nel rispetto di “prima l’America”.

Donald Trump

Ma al di là della tempistica e dei modi con cui ci sarà l’addio statunitense a Kabul, resta una vicenda lunga quasi 20 anni. Una storia fatta di vittime, di strategie errate, di obiettivi falliti fin dal principio, quando sono partiti gli attacchi militari senza conoscere la complessità della conformazione di territorio che ha visto sconfitti tutti gli eserciti, da sempre. Quello che resta in quasi 20 anni è insomma un Vietnam. Anzi, un Afghanistan.

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