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antonio lubrano

Abolire le panchine? Una vera follia

La panchina come simbolo di pausa,come arma di contemplazione. Una volta la panchina faceva pensare subito agli innamorati di Peynet con i tre uccellini sulla spalliera.  Più avanti nel tempo il sedile di legno, di ferro o di pietra è diventato il regno del  pensionato. Ora ci trovi spesso i clochard e gli immigrati. Ma io sono convinto che la panchina sia tuttora il regno dei sognatori.

Panche, Autunno, Parco, Riposo, Sedersi

Negli scorsi anni, sia detto a onor di cronaca, abbiamo assistito  alla cosiddetta “guerra delle panchine”. Nel 2013 a Cremona le spostarono da un parco  ai viali del cimitero, perché furono accusate di ospitare i rom. Nell’aprile 2014 a Bergamo la giunta di centro-destra fece piantare un bracciolo di ferro a metà di ogni panchina pubblica per impedire ai clochard di sdraiarvisi. Qualcuno  parlò di “ferro della vergogna”, qualche altro inneggiò invece ai “toglitori di panchine”(sic). Per carità, abolirle no, anche se a Napoli è già successo: qualche anno fa la municipalità di un quartiere panoramico  decise di rimuovere due belle panchine, installate da poco tempo a coprire una lacuna dell’arredo urbano, perché vi si spacciava droga.   (Quando si dice estirpare il male alla radice!..)

Come metodo di lotta è veramente singolare: allora che facciamo,  fabbrichiamo vestiti senza tasche per impedire ai borseggiatori di agire? Costruiamo strade senza marciapiedi per togliere agli automobilisti il vizio di parcheggiarvi? Ma non è assurdo?

In tempi più recenti le panchine dei parchi pubblici hanno assolto, possiamo ben dirlo, un compito sociale: sono diventate il luogo di riposo, o di pausa, dei partecipanti ai cortei di protesta. Anzi, talvolta sono diventate una sorta di sala prove per gli scioperanti. Quali parole da cantare per dare una eco più profonda alle loro proteste? Ma sì, lo sappiamo bene, una volta l’inno – come dire – ufficiale era “Bella ciao”. O “Bandiera rossa”. Gli operai più anziani possono testimoniarlo: come si marciava spediti e baldanzosi su quelle note trascinanti! E adesso? Nessuno può dare una risposta immediata o categorica a questo interrogativo. Oggi mi sembra che si preferisca  scandire i nomi delle aziende o dei padroni che vogliono licenziare.  C’è chi ricorda però che mezzo secolo fa, nel mai troppo lodato “68”, gli operai di Genova e quelli di Latina, in sciopero contro le gabbie salariali, furono i protagonisti di una rivoluzione musicale: intonarono in corteo “Azzurro”, la splendida canzone(a marcetta) di Paolo Conte su versi di Vito Pallavicini, portata  al successo in quello stesso anno da Adriano Celentano(il disco superò subito il milione di copie) . No, per carità, la panchina non va rimossa. E’ come proibire arbitrariamente la sosta nelle nostre passeggiate dentro il verde della città.

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