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180 anni vissuti pericolosamente

Secondo il settimanale Time sono due miliardi le foto che vengono scattate ogni giorno. E’ il numero di immagini, foto, scatti, riproduzioni della realtà che vengono prodotte nei nostro giorni. Con smartphone, cellulari, microcamere ed in ultimo macchine fotografiche vere.

Già perché ormai queste ultime sembrano ridotte all’ultimo posto nell’arte della “scrittura della luce” la traduzione letterale dal greco della parola fotografia. Che nacque nel 1826 con la “Vista dalla finestra a Les Gras” di Jospeh Nicephore Niepce. Ma solo nel gennaio del 1839 lo scienziato Francois Arago presentò all’Academie des Sciences francese il primo dagherrotipo del processo di fermare le immagini su lastre di rame con l’ausilio di alcune ottiche. Grazie all’abilità di Luise Daguerre – da cui il nome dagherrotipo – che sulla base dell’esperienza di Nicephore – riuscì a comprare quel procedimento, promuoverlo, finanziarlo e lanciarlo sul mercato.

Le reazioni della gente di allora furono contrastanti come spesso avviene di fronte ad un evento così stravolgente. Il poeta “maledetto” Charles Baudelaire definì la nuova arte “un mestiere per artisti mancati”. La storia in questi 180 da quel gennaio del 1839 ha dato torto a quel pur importante poeta. La fotografia è diventata un’arte vera e propria ed uno dei modi di raccontare la realtà più immediati e formidabili.

Non a caso negli anni sono nati prestigiosi riconoscimenti internazionali ai fotografi che hanno saputo con uno scatto solo esprimere i momenti della storia, che siano felici o drammatici o solo cronaca. O “solo” arte.

Che poi oggi tutti si sentano fotografi è un altro discorso che appartiene alla tecnologia facile a disposizione di tutti. Gli smartphone con una capacità di farci catturare immagini immediatamente e senza la necessità di lavorare con messa a fuoco, regolazione dell’apertura dell’obiettivo per la luce e quant’altro. Ed addirittura con quelle che i fitografi di una volta chiamerebbero “diavolerie”: con l’Hdr, si miscelano più scatti in un uno per fare in modo che ogni porzione dell’immagine sia esposta correttamente. Oppure la Gan (Generative Adversarial Network, rete antagonista generativa):  l’intelligenza artificiale che non modifica la realtà ma ne crea una tutta sua basandosi su ciò che esiste già.

Ma le “foto vere” della Prima Guerra Mondiale, del disastro del dirigile Hinderburg che si schianta alla fine del suo viaggio dall’Europa agli Stati Uniti, quelle dello sbarco in Normandia, quella di Ella Watson la prima a documentare la diseguaglianza dei diritti civili tra bianchi e neri in America, quella dei soldati americani che piantano la bandiera a stelle e strisce sull ‘isola di Suribachi in Giappone, quella dei soldati russi che piantano la loro bandiera sulle rovine del parlamento tedesco a Berlino alla fine del Secondo conflitto mondiale; quella dello sbarco sulla luna, quella di Che Guevara col basco, quella del monaco buddista che si dà fuoco per protesta a Saigon, quella dei bambini che seguono i soldati americani lungo una strada sempre in Vietnam, quella del momento dell’uccisione del presidente Kennedy: frame di storia in bianco e nero che ci ricordano in uno sguardo cosa è successo e cosa c’era dietro a quello scatto. Come, per parlare dell’italia quella del dimostrante con le ginocchia piegate e passamontagna che impugna la pistola a due mani verso la polizia a Milano nel 1977. E’ una delle foto simbolo degli anni di pionbo.E ci raccontano come era il nostro mondo prima dell’avvento del cinema ed anche dopo l’arrivo della pellicola e della televisione.

Poi l’epoca del colore ed altri fotogrammi memorabili: i carri armati che avanzano verso lo studente in Piazza Tienannmen a Pechino, l’uomo che cade da una delle Torri Gemelli durante l’attentato dell’11 settembre del 2001 a New York, quella della stanza nella quale Obama ed il suo Stato Maggiore segue il momento dell’uccisione di Osama Bin Laden. E le tante di bambini sconvolti che guardano la guerra in troppi posti nel mondo.

Alcune di queste foto sono diventate simbolo di un epoca, marchi di fabbrica, identificative di un movimento politico o di altro genere. Altre sono diventate uno strumento di marketing incredibile: basti pensare tra quelle su citate a quella di Che Guevara col basco.

I libri di fotografie sono veri e propri libri di storia dell’arte e la maggior parte di questi costano cifre importanti proprio per questi motivi.

Il Time, magazine americano tra i più importanti del mondo, ha fatto una raccolta delle 100 fotografie più importanti del mondo. E sono tutte foto vere. Non ci sono scatti da cellulari. L’arte anche se è fantasia ha delle regole.

Eduardo Lubrano

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