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Il sangue dei giornalisti

Siamo di nuovo all’inferno. Ore 13.00. Afghanistan. Un colpo di pistola. Una vita se ne va. Quest’anno solo in Afghanistan il fatto si è ripetuto ben 13 volte. Nel mondo 80 volte.

Le vittime? Giornalisti. Questo il bilancio totale per il 2018 di Reporters Sans Frontières (RSF), organizzazione no-profit che promuove e difende la libertà di informazione e di stampa.

Le vittime sono 63 giornalisti, 13 giornalisti non professionisti e 4 collaboratori dei media. Solo nella giornata del 30 aprile sono morti 10 giornalisti. Secondo RSF negli ultimi dieci anni sono stati assassinati più di 700 giornalisti. Presi deliberatamente di mira e uccisi. I cinque paesi con il numero più alto di giornalisti morti sono: Afghanistan, Siria, Messico, India e Stati Uniti. La cosa peggiore? L’odio verso di loro è proferito e, a volte, addirittura sostenuto da leader politici, religiosi o uomini d’affari che incrementano il disprezzo e la violenza contro il giornalismo e la democrazia.

Sanno il rischio, ma è il loro lavoro. Partono, lasciano casa, ma spesso non tornano, non vedono via d’uscita.

E non ci sono solo vittime, ma anche imprigionati e qui il numero cresce…con un aumento del 7% in confronto al 2017…siamo a 348 solo nel 2018. Sono cinque i paesi che detengono più della metà dei giornalisti imprigionati: Iran, Arabia Saudita, Egitto, Turchia e Cina. L’aumento si deve anche all’avanzamento di Internet: vengono imprigionati e cercano di sopravvivere in condizioni disumane, il tutto per un semplice “post” su social network o messaggistica privata che, probabilmente, ha una notizia tutt’altro che semplice… agli occhi del nemico risulta un pericolo, a cui far fronte. Ma non è tutto. Anche gli ostaggi sono aumentati dell’11% rispetto all’anno passato, con 60 giornalisti che sono tenuti in cattività.

Quella del giornalista di guerra è una professione pericolosa: ogni giorno si trovano ad essere attori attivi all’interno dei conflitti. E la cosa spaventosa è che vengono puniti per il lavoro che svolgono, per tenerci informati su ciò che accade nel mondo, perché danno notizie probabilmente molto scomode alle autorità di certi paesi. Infatti è molto difficile raccontare al mondo in maniera trasparente perché è davvero rischioso addentrarsi nella verità della notizia. Loro svolgono un ruolo sempre più importante nella produzione di informazioni, nel campo di regimi oppressivi o in paesi in guerra, dove perciò è più difficile esercitare la professione.

Tutto ha sempre delle conseguenze. Abbiamo un esempio proprio qui, nel nostro paese: Roberto Saviano che pubblicò il suo libro Gomorra come denuncia alla Camorra, ai clan mafiosi e alla rete di interessi sul mercato della droga. Lui no, non è morto, e non è nemmeno un ostaggio, ma vive sotto scorta e non ha quindi una vita libera. Questo il prezzo da pagare… per un lavoro che di sporco non ha nulla anzi, il suo obiettivo è proprio quello di smascherarlo.

Ma l’informazione ha sempre un prezzo:qualche volta è addirittura la vita.

Il numero di decessi, di ostaggi e imprigionati è allarmante ma l’informazione sul campo non si può fermare. Il diritto dell’opinione pubblica a conoscere i fatti è l’impegno più importante in qualunque paese che si definisca veramente democratico

Maria Noce Forti

 

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