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Lavoro sicurezza

“Ancora morti sul lavoro: Italia sopra la media europea”

L’obiettivo otto dell’agenda 2030 dell’ONU ci parla dell’incentivo alla crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile ed anche di un’occupazione produttiva ed un lavoro dignitoso per tutte e tutti. Come sta andando davvero? Impakter Italia lo ha chiesto a Lorenzo Feltrin, ricercatore post doc presso il Dipartimento di Scienze politiche e studi internazionali dell’Università di Birmingham, dove si occupa del rapporto tra vertenze sul posto di lavoro e mobilitazioni territoriali contro la nocività. Il suo attuale progetto riguarda uno studio storico e comparativo di Porto Marghera e del polo industriale cileno di Quintero-Ventanas.

Alla luce degli ultimi dati relativi agli incidenti sul lavoro e alla possibile riapertura dei licenziamenti, in che situazione ci troviamo? A che punto siamo rispetto alle altre città europee?
Gli incidenti sul lavoro fatali delle ultime settimane – e in particolare la morte di Luana D’Orazio – hanno riaperto il dibattito su salute e lavoro. In questo contesto, alcuni commentatori hanno messo in guardia dagli allarmismi, evidenziando come gli incidenti e i decessi dovuti al lavoro siano nettamente diminuiti dagli anni ’60 a oggi. Io ho però due obiezioni da muovere a questo tipo di narrazione.

Quali sono?
In primo luogo, essa tende a dimenticare il ruolo della conflittualità sul posto di lavoro, negli anni ‘60 e ‘70, nell’innescare questo processo migliorativo. L’opposizione alla nocività dovuta al lavoro è cominciata nei primi anni ’60 con le ricerche e vertenze promosse dalla Camera del lavoro di Torino in collaborazione con gli operai stessi – soprattutto metalmeccanici e chimici – e con esperti esterni alle fabbriche ma mossi da una profonda determinazione etica e politica. Si ricordi in particolare la figura dell’ex partigiano Ivar Oddone. Questa esperienza pionieristica mise in primo piano la partecipazione diretta dei lavoratori e delle lavoratrici nell’individuare fattori di rischio e nocività e sviluppò una critica alla prassi della monetizzazione della salute – ovvero l’accettazione sistematica di compensi monetari per i danni alla salute e i rischi subiti. Il rifiuto della monetizzazione si estese su scala nazionale nel biennio 1968-69, con slogan quali “La salute non è in vendita”.  La lotta per salute prese diverse direzioni, come i Comitati di base, le Commissioni ambiente dei Consigli di fabbrica, o il lungo viaggio di Medicina Democratica. Nel loro complesso, questi percorsi portarono a importanti riforme, al sistema di prevenzione territoriale delle Ulss e a un capillare cambiamento culturale rispetto al valore della salute, in un paese che era stato originariamente destinato a una produzione industriale basata sul basso costo del lavoro.

Lorenzo Feltrin

Lorenzo Feltrin

E qual è la seconda obiezione?
L’andamento delle cifre non è così confortante. Dalla metà degli anni ’90 ad oggi, la tendenza declinante di infortuni e decessi ha subito una quasi completa battuta d’arresto. Nel 1963, le morti sul lavoro registrate sono state 4.644. Se avanziamo fino al 1994, troviamo una cifra assai inferiore: 1.328. Ma nel 2019, ultimo anno prima della pandemia, eravamo ancora a 1.179 morti. Anche il tasso di decessi denunciati per 100.000 occupati non ha avuto un netto trend di miglioramento dal 1995 a oggi. È come se negli ultimi 25 anni ci fossimo rassegnati ad avere una media di oltre tre morti sul lavoro al giorno. Particolarmente preoccupanti sono i settori più esposti, come l’edilizia: se tra il 2008 e il 2018 le morti bianche annuali nel settore sono scese da 218 a 154, è anche vero che in seguito alla crisi finanziaria il settore ha perso più di mezzo milione di addetti, cosa che ha lasciato il tasso di incidenti con esito mortale praticamente invariato. Il tasso standardizzato di incidenza delle morti sul lavoro in Italia è superiore alla media europea, oltre il doppio rispetto all’esempio virtuoso della Germania. Questo dimostra che sarebbe in linea di principio possibile, e quindi doveroso, fare di meglio.  

Quale impatto ha avuto Covid-19 sui dati?
Naturalmente i dati dell’ultimo anno e mezzo sono stati segnati dalla congiuntura pandemica. A questo proposito, è interessante notare come il dato sulle morti bianche del 2020 (1.270 decessi) non si sia scostato dal plateau degli ultimi 25 anni. Un’ipotesi – tutta da verificare – è che da un lato le chiusure abbiano ridotto le ore complessive lavorate e quindi i rischi, ma che quando si è lavorato lo si è fatto sotto maggiori pressioni e nonostante il rischio di contrarre il Covid-19. I due fattori hanno quindi finito per compensarsi. Alla luce dei recenti fatti di cronaca – compresa la tragedia del Mottarone – appaiono dunque giustificate le preoccupazioni che per recuperare il tempo e il fatturato perduti si metta la sicurezza in secondo piano, con conseguenze che andrebbero invece assolutamente evitate.

Binomio lavoro e salute/ambiente: quali saranno le prospettive?
Spesso il problema viene rappresentato come un gioco a somma zero, in cui per difendere salute e ambiente è necessario accettare una perdita di occupazione, o perlomeno fare delle rinunce sulla sicurezza del posto di lavoro. Il cosiddetto “dilemma ambiente-lavoro” è purtroppo un fenomeno reale nelle nostre società, ma ciò non ci esime dal mettere in campo una progettualità di lungo termine per uscirne. In realtà, se guardiamo le tendenze degli ultimi decenni, abbiamo assistito simultaneamente a una flessibilizzazione progressiva del rapporto lavorativo (con un concomitante aumento delle disuguaglianze) e a un crescente degrado ambientale che è sotto gli occhi di tutti. La situazione attuale non è quindi quella di un gioco a somma zero, ma quella di un gioco a somma negativa, in cui stiamo perdendo su entrambi i fronti. Io mi trovo d’accordo con chi sostiene che, per invertire entrambe le tendenze, non sia possibile separare la questione ambientale da quella sociale.

Inquinamento smog industria clima

Foto di Free-Photos da Pixabay

In quale direzione bisogna andare?
Le linee direttrici del cambiamento auspicabile potrebbero essere riassumibili come: redistribuzione (della ricchezza), riduzione (dell’orario di lavoro) e trasformazione (della produzione e dei consumi). La redistribuzione della ricchezza – attraverso aumenti inversamente proporzionali dei salari e riforme della fiscalità in senso progressivo – permetterebbe a tutti di vivere dignitosamente anche a fronte delle contrazioni del Pil che hanno caratterizzato la nostra economia per gli ultimi quindici anni circa. La riduzione dell’orario lavorativo senza perdita di salario allevierebbe il problema della disoccupazione e migliorerebbe la qualità della vita degli occupati. Queste misure renderebbero socialmente sostenibile una trasformazione della produzione e dei consumi in senso ecologico.

C’è una tendenza alla deindustrializzazione dell’impiego a livello globale e in Italia, a breve, andremo incontro al ripristino dei licenziamenti. Quali saranno le prospettive per chi vive e lavora nel settore industriale?
La percentuale di impiego nell’industria è nettamente declinata in Italia tra gli anni ’70 e oggi. A partire dal 2008, la tendenza al declino ha continuato, ma non in modo drastico. Siamo passati dal 21,3% al 20,4% di occupati nell’industria (edilizia esclusa). Le delocalizzazioni in paesi con un costo del lavoro più basso non sono l’unica causa della graduale deindustrializzazione dell’impiego. Infatti, secondo ricercatori come Aaron Benanav, è ormai possibile parlare di una tendenza a una deindustrializzazione dell’impiego a livello globale, causata da una combinazione di sviluppo tecnologico e lenta crescita economica. I lavoratori espulsi dall’industria da aumenti di produttività più rapidi degli aumenti di produzione tendono a trovare lavoro nei servizi. In aggregato, però, il lavoro nei servizi è più precario e meno pagato per coloro – moltissimi – che non riescono a inserirsi sulla base di titoli di studio universitari. Gli operai e le operaie in Italia e nel mondo non sono spariti, anzi, in termini assoluti sono più di quanti ce ne fossero negli anni ’60. Stanno però diventando meno in termini percentuali. Ancora meno sono spariti i lavoratori e le lavoratrici, dato che la grande maggioranza della popolazione mondiale deve lavorare per vivere. 

E si assiste a una costante precarizzazione.
Ciò che è sparito è quella forza contrattuale che permise per alcuni decenni di invertire la tendenza all’aumento delle disuguaglianze, e con tale forza è scomparsa anche la popolarità di quelle narrazioni che vedevano nei lavoratori un soggetto collettivo in grado di cambiare il mondo. Tuttavia, i lavoratori non stanno assistendo passivamente all’aumento delle disuguaglianze, alla precarizzazione del lavoro e alla crisi ecologica. Si è andata conformandosi una costellazione di reazioni contraddittorie, che va dal tentativo di escludere dai diritti donne, non-bianchi e stranieri, a mobilitazioni trasversali sul posto di lavoro e nei territori per la difesa del reddito e della salute. Il futuro degli operai che perderanno il lavoro dipende anche dalla capacità di tali mobilitazioni di creare lo spazio politico per un rafforzamento del welfare in senso pubblico e universalistico, che sarà a maggior ragione necessario dopo lo sblocco dei licenziamenti.

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