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divorzio

1970: la battaglia per il divorzio

Il divorzio in Italia è diventato possibile con la legge dello Stato 898 del 1 dicembre 1970.Appena  50 anni fa direbbe uno anziano, preistoria dicono i giovani che nulla sanno di quegli anni di manifestazioni e battaglie politiche durissime in cui la laicità dello Stato si scontrava con la rigidità del vecchio Cattolicesimo.

A favore della legge Fortuna-Basilini (i nomi dei due deputati, socialista il primo, liberale il secondo che la presentarono in Parlamento) votarono Partito Radicale, Partito socialista Italiano, Partito Comunista Italiano e Partito Liberale Italiano. Contro gli altri ma soprattutto la Democrazia Cristiana, il partito che dal dopo guerra ha dominato la politica italiana.

Per essere precisi e per iniziare a dare il quadro del momento storico che si viveva, la legge non parla di divorzio ma di “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio“. Non un dettaglio per un’Italia profondamente cattolica, legata ancora al delitto d’onore, al matrimonio riparatore e nella quale era davvero impensabile – o almeno così si riteneva- “sciogliere ciò che Dio ha unito”. A dimostrazione di quanto appena scritto va sottolineato che nel nostro paese già con il codice Napoleonico si era cercato di affrontare l’argomento. E quando nel 1902 il governo presieduto da Giuseppe Zanardelli cercò di far approvare una legge sul divorzio, questa fu respinta in modo nettissimo. Nel 1965 Loris Fontana ci riprovò ma fu un altro esponente del Partito Socialista, Pietro Nenni, a suggerirgli di lasciar perdere. Fino al 1970 quando trovato l’appoggio di Antonio Basilini e del Partito Liberale l’iter fu meno difficile: 319 voti a favore contro 286 l’esito della votazione alla Camera.

La battaglia per il Sì

Per quanto siano forti i sentimenti che uniscono un uomo e una donna – in ogni tempo, ma soprattutto, direi, nel mondo di oggi– essi possono anche mutare; e quando non esistono più i sentimenti, non esiste neppure più, per le ragioni prima illustrate, il fondamento morale su cui si basa la vita familiare. Abbiamo dunque bisogno di ammettere la possibilità della separazione e dello scioglimento del matrimonio“. Queste parole di Nilde Iotti, parlamentare comunista, prima donna ad essere eletta Presidente della Camera, nel “Sul divorzio, Discorsi parlamentari,25 novembre 1969″ rappresentarono una sorta di manifesto che comprendeva tutto quello che i sostenitori della legge volevano intendere: il cambiamento della società italiana uscita  – non ancora – dall’esperienza del’68, le conquiste sociali delle donne, il desiderio di uniformarsi ad altri paesi dove l’istituto del divorzio era in vigore da tempo e quant’altro. Fu creata la LID, Lega Italia per l’Istituzione del Divorzio che diede seguito a tantissime manifestazioni popolari.

Di contro i sostenitori del no all’approvazione della legge (che fu poi confermata dal referendum popolare del maggio del 1974) si facevano forti anche di un passaggio di una lettera dei Vescovi italiani :”«I Vescovi ritengono che in uno Stato democratico […] non si possa in ogni caso modificare la struttura fondamentale della famiglia stessa, senza avere direttamente accertato il pensiero o la volontà della maggioranza del popolo».

Il protagonista dei contrari alla riforma fu senza dubbio Amintore Fanfani, toscano della provincia di Arezzo, esponente di primissimo piano della DC. La sua posizione era chiarissima già nel 1970 ma si rivelò in tutta la sua durezza quattro anni più tardi durante la campagna per il refendum che doveva o meno confermare il divorzio, quando durante un comizio il leader democristiano disse :”Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l’aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva!”.

Il nocciolo della questione

La Costituzione della Repubblica Italiana tratta dei diritti della famiglia, inviolabili e intangibili come quelli dell’uomo, agli artt. 29-31, nei quali è scritto :1) la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio. Questo si basa sulla libertà di scelta del proprio coniuge per il carattere volontario dell’atto costitutivo della comunità familiare.2) i coniugi hanno eguaglianza morale e giuridica 3) i genitori hanno il diritto-dovere di mantenere, istruire ed educare i figli 4) lo Stato ha il dovere di integrare, se necessario, l’azione dei genitori 5) i figli hanno uguaglianza di diritti sia nati in costanza del matrimonio che fuori dal matrimonio.

Su questi argomenti si sviluppò la battaglia per il divorzio. Per i democristiani, diritti e doveri della famiglia erano «il problema fondamentale di tutta la Costituzione» perché il nucleo familiare è una comunità naturale basata su principi etici e spirituali, che preesiste alle leggi del diritto positivo. Contro quella che era stata l’intromissione violenta del fascismo, i cattolici dell’epoca ritenevano «la famiglia preesiste allo stato, il quale ne riconosce e regola i diritti innati e inalienabili». La famiglia quindi veniva prima dello Stato e di conseguenza il matrimonio è il “vincolo naturale e indissolubile che lega i suoi contraenti: la famiglia è un’alleanza sacra e inviolabile che dura tutta la vita”.

I comunisti ritenevano le famiglie come l’elemento più importante della ricostruzione materiale e morale del dopo guerra ed erano la base per immaginare altre e nuove conquiste politiche e nuovi diritti per cambiare radicalmente i valori e le gerarchie sin lì di moda. Poter esercitare il diritto di voto, il diritto al lavoro e allo studio, toglieva al matrimonio quel significato di scelta “immutabile”  – parola che durante la scrittura della Costituzione richiese una votazione per non essere inserita accanto a matrimonio – una scelta quasi obbligatoria per le donne per garantirsi un futuro ed essere socialmente accettate.

 

 

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