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Migranti in Italia sbarchi

Migranti, i numeri veri che smentiscono l’emergenza

Se davvero di emergenza si deve parlare, non è quella dei migranti in generale. Ma è la situazione esplosiva in Tunisia, dove la crisi economica sta costringendo migliaia di persone a lasciare il Paese e cercare di approdare sulle coste europee. Con l’Italia come porto più agevole da raggiungere. Solo che non c’è un sistema adeguato di accoglienza. Soprattutto dopo lo smantellamento degli Sprar, trasformati in Siproimi. Ma qual è il contesto attuale? I dati ufficiali del Viminale, aggiornati al 7 agosto, confermano il quadro: quasi seimila tunisini, esattamente 5.966, sono sbarcati in Italia nel 2020. Il 40% del totale delle persone arrivate sulle coste italiane.

Altrettanto significativa è la migrazione dal Bangladesh (2.224 persone), con il 15% rispetto alla cifra complessiva. Un fenomeno che in questo caso è stato alimentato anche dal Covid-19: molti bengalesi hanno preferito spostarsi in Italia a causa dell’avanzata dell’epidemia, consapevoli di una migliore risposta sanitaria. Tanto da far imporre misure straordinarie di controllo al ministro della Salute, Roberto Speranza.

Migranti provenienza

I dati del Viminale sulla nazionalità di chi arriva in Italia

Gli arrivi dei migranti dagli altri Paesi

Per il resto dagli altri Paesi, principalmente africani, non c’è alcuna invasione, nonostante appunto la circolazione del virus: la “rappresentanza” più cospicua è quella della Costa d’Avorio, con 856 persone sbarcate sulle Penisola in oltre sette mesi. A seguire ci sono algerini e sudanesi, ma si parla di 500-600 persone per Paese. Numeri che non farebbero affiorare alcuna criticità se ci fosse una capacità ricettiva. Senza dimenticare che il tema non può essere ridotto a una serie di statistiche: se alla riduzione delle partenze, specie dalla Libia, facesse da controparte un aumento di persone detenute nei campi libici, non ci sarebbe nulla da gioire. Anzi, emergerebbe un problema di diritti umani. Molto serio, anche.

Le statistiche del Ministero dell’Interno indicano, poi, che sul territorio italiano ci sono 85.876 migranti ospiti nelle varie strutture. Di queste persone quasi 62mila si trovano nei centri di accoglienza, che tuttavia negli anni hanno rivelato la loro inadeguatezza. La diffusione dell’epidemia di Coronavirus in tante di queste strutture ha dimostrato che nemmeno in questa fase di acuta emergenza sanitaria è stata garantita l’efficienza del sistema.

Lo smantellamento degli Sprar, sostituiti dai Siproimi (che ospitano circa 23mila persone), non ha favorito l’integrazione. Per quanto riguarda le regioni, i dati del Viminale smentiscono inoltre particolari pressioni sulle regioni meridionali. Lombardia ed Emilia-Romagna ospitano il 23% in totale, mentre Lazio e Piemonte sono entrambe al 9%. La Sicilia è la regione del Mezzogiorno che viene prima nella “graduatoria” con l’8% dei migranti ospitati sul territorio italiano. La Puglia, per dire, è al 5%.

Migranti e sistema di accoglienza

La distribuzione territoriale nei centri

Eppure, stando a quanto evidenzia il Viminale, non sembra cambiato molto rispetto al passato. Il Sistema di protezione Siproimi, si legge sul sito, è “costituito dalla rete degli enti locali che per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo.  A livello territoriale gli enti locali, con il prezioso supporto delle realtà del terzo settore, garantiscono interventi di accoglienza integrata che superano la sola distribuzione di vitto e alloggio, prevedendo in modo complementare anche misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico”.

Allora qual è la differenza con gli Sprar? Prima di tutto nella platea per cui sono stati organizzati questi progetti. Il decreto Sicurezza, varato dal precedente governo, non prevede più l’ingresso nei Siproimi da parte dei titolari dello status di protezione internazionale. Una scelta pesante che, dopo alcune sentenze, ha comunque limitato gli effetti. Secondo i giudici la legge non può essere retroattivo, espellendo di fatto i beneficiari dei progetti. D’altra parte il nodo resta irrisolto.

Dunque, non si scorge all’orizzonte alcuna emergenza nei numeri, fatta eccezione per l’incremento di partenze dalla Tunisia, Paese che necessita di un supporto straordinario. Per due motivi che si tengono insieme: il contrasto alla povertà e la lotta al terrorismo. La crisi economica può in alimentare la propaganda jihadista, reclutando in particolare i più giovani. Le parole chiavi sono così cooperazione, con i Paesi più in difficoltà, e accoglienza, nella capacità di favorire processi di integrazione.

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