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46 anni fa, l’11 settembre cileno

L’11 settembre di 46 anni fa il colpo di stato del generale Augusto Pinochet destituiva il governo socialista di Salvador Allende. Ecco chi erano i protagonisti di quel tragico passaggio storico e qual era lo scenario internazionale entro il quale è maturato.

Il Cile di Allende nello scacchiere internazionale

L’elezione di Salvador Allende a Presidente del Cile, il 4 settembre 1970, fu un un punto di rottura nella geopolitica mondiale. Si era davanti alla prova tangibile della possibilità di raggiungere il potere da sinistra senza passare necessariamente per la rivoluzione. Il Cile divenne un modello per i partiti socialisti e comunisti di tutti i paesi occidentali. Come già avevamo scritto in un articolo sulla morte di Aldo Moro, tanto per Washington quanto per Mosca, la sinistra al potere per via democratica era una brutta notizia.

Gli Americani vi vedevano un ulteriore elemento di vulnerabilità dell’Occidente alla penetrazione sovietica, i Russi la consideravano un’eresia. Se gli USA sentivano in pericolo l’egemonia capitalista sul mondo occidentale, l’URSS temeva la sconfessione del totalitarismo e la possibile mutuazione di tale approccio da parte dei satelliti di Mosca. Il XX secolo iniziava a emanciparsi da Yalta. Da ambo i lati della Cortina di ferro, il potere reale sentiva minacciato il principale elemento di autolegittimazione.

La “minaccia” socialista di Allende

Il governo Allende mise in campo una politica di ispirazione marxista, definita la “via cilena al socialismo”. Una generalizzata ridistribuzione della ricchezza, una riforma agraria improntata a favorire i ceti meno abbienti e la nazionalizzazione delle banche erano i pilastri del nuovo corso. Ma non solo. Il nuovo esecutivo puntava anche all’esproprio dei capitali stranieri che di fatto dominavano la redditizia industria del rame. Per la ricca borghesia cilena che controllava il comparto minerario era davvero troppo. Il cambiamento introdotto da Allende minacciava interessi non solo di lobby nazionali, ma anche e soprattutto quelli del capitalismo nordamericano, vero dominus dell’industria mineraria cilena.

La dura “reazione” al socialismo cileno

Dopo soli tre anni i ceti possidenti reagirono scavalcando il voto popolare. Secondo la quasi totalità degli storici e degli analisti internazionali, con l’appoggio degli USA fu organizzato un golpe militare. La CIA, Nixon in persona e soprattutto il suo potente Segretario di Stato Henry Kissinger, avrebbero tramato da Washington per favorire la presa del potere da parte dell’esercito, che in gran parte restava fedele alla vecchia nomenclatura, spodestata dagli antichi privilegi dal voto popolare che aveva consegnato il potere politico ad Allende.

L’ 11 settembre cileno

La mattina dell’11 settembre 1973, quando le truppe golpiste stavano già avanzando verso il palazzo del governo, Allende cercò disperatamente di contattare Pinochet, che fino a quel momento sembrava uno dei pochi fedeli al governo. Il Presidente si era addirittura convinto e per che il suo comandante militare fosse stato rapito e messo a tacere dagli insorti. Pinochet invece era a capo dell’operazione di insurrezione. Dopo ore di combattimenti per le strade di Santiago del Cile, i vertici militari prendono d’assalto la Moneda. Allende fu trovato morto. Ancora oggi è scontro fra chi sostiene che il Presidente sia stato ucciso e chi invece ritiene che si sia suicidato. Nelle prime ore del pomeriggio era già chiaro che la democrazia cilena era morta e che al suo posto era nata la dittatura del generale insorto Augusto Pinochet.

Mauro Pasquini

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